Blogorilla Sapiens – Il blog di Gorilla Sapiens Edizioni

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Lezioni di filosofia applicata: Seconda. Del perché a volte l’essere può non essere e il non essere può essere

Poniamo l’esistenza di un sistema semplice basato su tre elementi: un banchetto di libri, un venditore di libri e un cliente. Dove le relazioni sono le seguenti:
il venditore è responsabile del banchetto di libri e presumibilmente proprietario dei libri (ma non del banchetto);
il cliente è un potenziale acquirente dei libri (ma non del banchetto), cosa che lo porterà a intraprendere un processo cognitivo che terminerà nell’espressione di un giudizio;
i libri (ma non il banchetto) vivono passivamente il rapporto con i due soggetti summenzionati, cosa che li rende un po’ avviliti.
del banchetto non è dato sapere.
Per rendere più empatico il sistema possiamo immaginare che il luogo sia la Salone del libro di Torino, il cliente una signora non meglio identificata, e il venditore io.
Il processo cognitivo di cui sopra termina con una espressione di giudizio che si concretizza in un gesto codificato del capo, che esprime una negazione. Il giudizio in tal modo espresso lascia me (il venditore) perplessa e mi induce a intraprendere una riflessione che muove dalle considerazioni parmenidee sull’essere. Infatti se dobbiamo ammettere, d’accordo con il filosofo elleno, che l’essere è e non può non essere e il non essere non è e non può essere, il giudizio della signora risultava problematico, visto che negava l’esistenza di una cosa (i libri), a favore della cui esistenza si esprimeva invece il mio giudizio.
Dovendo trovare una soluzione che mi permettesse di includere all’interno dello stesso sistema il giudizio della signora e il mio, mi sono appellata all’autorità di Heidegger, inserendo un nuovo elemento oltre i tre già menzionati e lo spazio che li contiene, ossia il tempo.
Seguendo Heidegger sono infatti indotta a ritenere che l’esserci dei libri (unitariamente intesi, grazie alla categoria di “banchetto di libri”), ossia il loro essere nel tempo, implica il superamento del tempo lineare e sequenziale in favore di una contemporaneità di passato presente e futuro, laddove il tempo in tal modo inteso rappresenta l’essenza stessa dell’esistenza degli uomini e, nel caso di questa spiegazione che presume un’antropomorfizzazione dei libri, anche di questi ultimi.
Dunque, per tornare al nostro sistema-fiera a base tre: io-venditore, con il mio giudizio ontologico positivo, rappresento il presente (tradizionalmente inteso) dei libri presenti sul banchetto, mentre la signora col suo giudizio ontologico negativo fa chiaramente riferimento al non essere ancora e al non essere più dei libri in quel luogo. La contemporaneità dei due giudizi (il mio e quello della signora) permette quindi il realizzarsi dell’esserci nel tempo dei libri, così come della signora, mio e della fiera stessa.
Se invece si volesse restare sul piano della rigida temporalità lineare si potrebbe risolvere diversamente il problema della contraddittorietà dei due giudizi, il mio e quello della signora, e supporre che il gesto negatore di quest’ultima non volesse esprimere un giudizio sull’ontologia dei libri, ma rappresentasse piuttosto un più comune giudizio di valore sulle qualità dei libri. Ipotesi questa che ci permetterebbe di uscire dal dittatoriale aut aut dell’essere/non essere per approdare al più libertario e pluralista mondo dell’opinione personale, che nel caso del gesto sopracitato e oggetto della nostra riflessione corrisponde a un giudizio verbale di tal sorta: “Mah, che cagata ‘sti libri!”. Ma, nonostante tutto, questa soluzione mi pare poco probabile.

* “Lezioni di filosofia applicata” è una rubrica di Gorilla 3.

600p

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This entry was posted on June 10, 2015 by in Lezioni di filosofia applicata and tagged , , , , , .
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