Racconti

Racconto: “Come il bando prevede” di Antonio Francesco Perozzi

Non riuscivo a spostare lo sguardo dalla testa floscia che le penzolava sulla schiena. Provavo a distrarmi ripetendo a mente quanti più articoli e commi riuscissi a ricordare, ma dopo tre passi gli occhi focalizzavano di nuovo quel volto sgonfio e deforme.
«Ti muovi?» una vena si tese sul collo di mia sorella. Affrettai il passo e mi affiancai a lei. Ora la testa non la vedevo più, ma potevo sentirla sbattere con ritmo regolare.
«Tu sei sicura di questa cosa?»
Alessia soffiò forte dal naso e raddrizzò il carico sulla spalla.
«Se me lo chiedi un’altra volta mi incazzo».
Alessia teneva lo sguardo dritto in avanti. Il cuoricino nero risaltava sul suo zigomo incipriato. A me sembrava tutto assurdo.
Per un po’ non dissi niente: pur di non sentire mia sorella avrei fatto il concorso dodici volte. A un certo punto, in lontananza, apparve la scritta FIERA DI ROMA, in plastica blu, e alta sopra strutture metalliche bianche. Inspirai a fondo e gonfiai il ventre: non dovevo crearmi problemi. Dovevo solo pensare a fare bene il test. Allungai in avanti le bretelle dello zaino.
Dieci metri più in là incrociammo un Goku Super Saiyan che trottava in direzione opposta alla nostra, verso il parcheggio. Quando mi passò accanto notai un ciuffetto nero sotto la struttura in lattice giallo che aveva poggiata in testa.
Istintivamente guardai Alessia. Lei rispose sollevando le sopracciglia e scuotendo le trecce azzurre e fucsia. Sbuffai.
«C’è scritto nel bando, lo vuoi capire?» puntò i talloni a terra.
«Oh,» alzai una mano verso la scritta blu, «ma porca puttana, ti pare normale? Non è che siccome ci fanno il Romics, allora tutte le volte è così».
«Mo vedi,» Alessia riprese a camminare, più veloce di prima. Lo sguardo mi cadde di nuovo sulle sue spalle e su quegli occhi flosci e romboidi, con la ragnatela in mezzo: accelerai anche io.
Negli ultimi passi prima dell’ingresso, incontrammo una Sailor Mars che fumava, uno Sheldon Cooper e un mostro con l’ascia che non riconoscevo, ma doveva essere di qualche gioco, tipo Resident Evil. A ogni cosplayer Alessia girava la testa verso di me e raggrinziva le occhiaie di ombretto rosa e blu. Ma anche la folla di Naruto e Light Yagami e Thanos, in cui ci trovammo appena varcato il cancello, non poteva convincermi del tutto. Cercai in mezzo alla gente qualcuno senza costume, ma quando lo indicai a mia sorella, lei mi fece notare la scritta “steward” sul giubbotto.
Ci aggiungemmo alla fila scomposta dietro la transenna. Seguii un cinquantenne scolarsi un caffè di fronte al distributore, poi lanciare il bicchierino nel secchio e affrettarsi a rimettere sul naso la maschera di V per Vendetta, quindi il cappello a falda larga sulla testa pelata. Si accodò in fondo.
«No, non è possibile una cosa del genere,» con due dita strattonai il collo della felpa. Mia sorella si limitò a tirare su il cadavere di nylon.
Un Deadpool con uno stomaco enorme si arrotolò il bordo della maschera sopra la bocca. Vidi la rada peluria muoversi attorno alle labbra, mentre gli occhi di plastica bianca rimanevano impassibili. Notai che in mano teneva il manuale per il concorso.
«Eh… bell’idea,» disse a mia sorella, mentre con l’indice si grattava il sopracciglio, «tu hai buone possibilità».
Alessia si guardò le gambe; poi ringraziò Deadpool piegando la testa a sinistra e squarciando la faccia con un sorriso lunghissimo. Cominciò a far dondolare la mazza da baseball. L’avrei gonfiata di botte.
«Ma è seria questa cosa?» mi curvai verso Deadpool. Lui sollevò appena il mento per dirmi che non aveva capito, e gli ripetei la domanda.
«In che senso?»
«Dico: si fa qui il concorso?»
Ci fu un attimo di agitazione. Sentii lo zaino schiacciarsi sulla schiena e mi voltai: un Sanji altissimo mi pressava le mani sull’Eastpack.
«Oh,» scrollai la spalla.
Poi Deadpool portò la testa a venti centimetri dalla mia: «Tu da cosa sei vestito?»
Non riuscii a rispondere. Fui trascinato dall’onda di corpi colorati verso la transenna. Lì gli omini vestiti da steward, con giubbotti alcuni blu scuro altri giallo fosforescente, cominciarono a setacciare i candidati: domanda a risposta secca e smistamento verso il padiglione giusto.
Ma che cazzo c’entra tutto questo col Ministero e col concorso? Cominciai ad agitarmi.
«Stai calmo». Mia sorella mi sorpassò nella fila.
Toccò a noi. Non riuscii a leggere il labiale dello steward in cappellino, ma sentii chiaramente Alessia: «Harley Quinn».
In un microsecondo mi appioppò il costume e indovinò la traiettoria che partiva dal dito dello steward. La vidi allontanarsi con la mazza da baseball sulle spalle: da dietro sembrava davvero Margot Robbie.
«Lei?» Gli occhi dello steward erano immobili sotto la visiera.
Rimasi in silenzio per qualche secondo, respiravo rumorosamente. A un certo punto non riuscii più a sostenere lo sguardo.
«Spiderman».
Posai lo zaino a terra e cominciai a spogliarmi.

(Antonio Francesco Perozzi)

Designed by Lesyaskripak / Freepik
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