Racconti

Racconto: “La neve” di Emiliano Jatosti

Giulia guardava fuori dalla finestra, col suo caffè fumante appena fatto. Non vedeva così tanta neve a Roma dalla befana dell’85. Odiava la neve, er Signore aveva scelto proprio il giorno sbagliato per imbiancare la città. Che poi, nemmeno ci credeva più di tanto, a sto signore, da quando il parroco di quartiere le aveva toccato un seno cinquant’anni prima. È proprio un balordo quando ci si mette, pensò.
Viveva al sesto piano di una casa popolare e da un anno era rimasta sola. Er sor Luciano se l’era portato via un tumore al pancreas, quello da cui non ne esci mai in piedi, e se sopravvivi alla chirurgia ti debilita a tal punto che ti lasci andare per sfinimento. Luciano aveva scelto quest’ultima strada. Era una domenica, con la famiglia riunita per il pranzo. Quel giorno gnocchi e spuntature di maiale, come solo lei sapeva fare. Luciano aveva chiuso gli occhi per l’ultima volta, col suo solito sorriso sornione sulle labbra. Era stato felice, anche se gli era sempre stato difficile dimostrarlo a gesti. Ma lei era stata l’amore di una vita, insieme al Partito. Le era stato accanto e l’aveva amata da quando aveva dodici anni. Una vita insieme.
Giulia si accese una sigaretta. Ormai la neve aveva preso il sopravvento e la città si era fermata. In lontananza, si sentivano solo le grida felici di un gruppo di bambini increduli. Quanto avrebbe voluto vedere la neve come la vedevano loro.
— A mà, t’ho portato la spesa — Aurora, la figlia maggiore, aveva le chiavi di casa ed era entrata carica di fagotti. — A mà ci sei? — gridò più forte.
Giulia osservava il silenzio surreale della città e si voltò come se si fosse svegliata di colpo da un lungo letargo. — Amore de mamma scusa —, rispose in ritardo — mica t’avevo sentito. Lasciala in cucina, mo vengo.
Aurora si accorse che qualcosa non andava quel giorno. Andò dalla madre e la baciò sulla guancia. — Che c’hai, mà?
— Niente che c’ho?
— Che ne so, non dici ’na parola, stai tutta zitta a guardà fuori dalla finestra. Hai ricominciato pure a fumà, lo sai che te fa male all’età tua. Me devo preoccupà?
— Ma no bella de mamma, sto bene, davvero non te preoccupà.
— Sarà… — disse Aurora poco convinta. Le prese la mano, calda di termosifone. Si chiese quando era stata l’ultima volta che l’aveva fatto. — Non abbiamo mai parlato tanto noi da quando…
— Tua nonna diceva che sotto la neve c’è sempre er pane —, la interruppe bruscamente, come era solita fare quando la figlia provava ad avvicinarsi a lei. — Te la ricordi?
— Poco a dire il vero — rispose la figlia scoraggiata, — ma ricordo che raccontava tante storie sulla guerra e sui tedeschi a Roma. Era brava a raccontare le storie. È l’unica cosa che ricordo bene.
— Era brava mamma, sì — annuì Giulia. Le rughe agli angoli della bocca diventarono improvvisamente più vistose. — Ai suoi occhi, pure i tedeschi erano anime sante de dio. C’aveva un core grosso così, tu’ nonna.
Aurora capì, e disse: — È la neve, vero?
Giulia annuì in silenzio. Li aveva sempre odiati quei tedeschi, e non capiva un cazzo di quello che dicevano, pensò nervosamente. Tuttavia, a suo modo ricordava ancora i numeri fino a dieci. Prese un’altra bottiglia vuota e la riempì d’acqua. Poi andò nella stanzetta dove Luciano amava riparare ogni cosa e conservare le grappe fatte da lui, e la mise sulla credenza insieme alle altre. Con questa, saranno state almeno centocinquanta. Aurora la guardò sospirando.
— Non fa’ quella faccia Aurò, almeno se ricapita non morimo de sete.

L’inverno del ’44 era stato il più freddo da quando era nata. Qualche mese prima, lo Stato era andato in frantumi, e quel cacasotto di Badoglio era scappato a Brindisi, lasciando Roma all’invasore tedesco. La chiamavano “la città aperta” ora. Una bella presa per il culo, pensava sempre ad alta voce.
Lorenza viveva in una catapecchia minuscola a Tiburtino Terzo, una delle tante borgate dimenticate da Dio che l’Istituto Fascista delle Case Popolari aveva edificato qualche anno prima. Per lei, che era romana di Porta Metronia da dieci generazioni, era stato il tradimento più grande. Ogni giorno tornava a casa a piedi, con un secchio in testa pieno di cicoria e misticanza che trovava in un campo cinque chilometri più in là, verso San Basilio. Non c’era altro, se non qualche pagnotta racimolata in giro. Quello sarebbe stato il pranzo e la cena per sei persone.
Tutto intorno era uno sfacelo. La guerra aveva lasciato Roma in uno stato di totale abbandono e miseria. La monnezza per le strade, puzza di piscio e merda a ogni angolo dei marciapiedi, pure questi scrostati e divelti. I sanpietrini della Tiburtina erano stati strappati dai teppistelli del posto e usati per le consuete sassaiole tra le borgate rivali che la strada divideva. In quei giorni, Roma aspettava la neve da un momento all’altro.
— Buongiorno, sora Lorè — le venne incontro una donna grossa e dal seno abnorme. — Pure oggi ce se more de fame eh? Ch’avete trovato de bono?
— Salve, sora Cesì — rispose Lorenza con un piccolo inchino. Le conferiva una grazia innata quel modo di fare. Aveva il portamento di una nobildonna. Con i capelli corvini raccolti in una piccola molletta di legno sembrava una marchesa. Cesira lo notò e rispose all’inchino. — Ma giusto du fili d’erba da lessà pe le creature. Che ce volete fa, qua ce rubano tutto come se fosse roba loro. Poi co sto freddo… ma grazie a dio qualcosa da mette sotto i denti la troviamo sempre. Voi piuttosto… che è quell’occhio nero?
— Eh sora Lorè, che ce volete fa, mi marito è tornato ‘mbriaco dalla taverna ieri sera… ma è un brav’omo, voi ce lo sapete…
— Quanno nun beve! — rispose bruscamente Lorenza. La violenza sulle donne la considerava veramente vigliacca. — Date retta a me, mannatelo via de casa quello zozzone. Ce lo sapete che un pasto caldo a casa mia c’è sempre, pure pe voi.
La Sora Cesira si portò una mano sulla bocca e accennò un sorriso tenero. Si salutarono con un abbraccio energico e Lorenza riprese la sua strada verso casa. In dieci minuti sarebbe arrivata a destinazione. Quando giunse alla piazza principale, all’altezza della Chiesa di Santa Maria del Soccorso, riconobbe all’istante la voce dei ragazzi.
— A Scrocchiazzé ecco mamma, vaje a dà na mano che er cesto pesa!
Mario, chiamato scrocchiazeppi dai fratelli per via del suo corpo esile e scheletrico, rispose: — Vacce te se sei tanto forte no?
Claudio, il secondo dei fratelli, gli diede uno scappellotto sulla nuca. — Sei proprio una femminuccia, lo sai?
— Scrocchiazzeppi è frocio! — continuò Giorgio, l’altro fratello, correndo verso la madre. Adoravano prenderlo per il culo, in fondo Mario era il più piccolo dei tre maschi. Eppure provavano per lui l’amore paterno che gli era sempre stato negato e un incredibile senso di protezione. Solo loro potevano prenderlo in giro. Se qualcuno si fosse permesso, i due l’avrebbero difeso fino alla morte a suon di calci nel culo. Mario lo sapeva, e per questo li lasciava fare.
— Che sò ste parole? — li ammonì Lorenza. — Lo sapete che non voglio parolacce. Dai andate su a casa dalle vostre sorelle, in un’ora mangiamo.
— E lo chiami magnà questo? — disse Claudio guardando il cesto. Era un caro ragazzo, ma a volte si rendeva insopportabile con quel suo modo di fare arrogante. La madre lo fulminò con lo sguardo. Bastava questo. — A mà stavo a scherzà — rispose Claudio, indietreggiando con le mani avanti. Rideva.
— C’è poco da ride belli de mamma — disse sconsolata Lorenza. — Venite qua, fateve dà un bacetto. E copriteve che fa freddo.
— Le cose cambieranno per noi, da oggi in poi mà — disse Giorgio.
— Statte zitto, Caciò! — disse Claudio tappandogli la bocca e dandogli un calcetto sullo stinco. Caciotta era il soprannome che i fratelli avevano dato a Giorgio per via dei suoi piedi non proprio freschissimi.
— Ahia m’hai fatto male, sei proprio un fijo de ’na mignotta lo sai?
Lorenza pareva divertita da quel battibecco, e non poté reprimere un lieve sorriso che accennò con la mano sulla bocca. — Ora basta voi due, ditemi che è successo o prendo la cucchiara.
In quel momento, il gruppo fu raggiunto da Angelina e Giulia, le due sorelle, che fino ad allora erano in casa a cucire le pezze di lana per le bambole e che erano state attirate da quello schiamazzo. Angelina, la più grande, aveva sempre avuto un talento innato per i lavori di sartoria. Giulia la guardava estasiata ogni volta.
— Claudio ha deciso che vuole ammazzare i tedeschi — disse Giorgio.
— Hai sentito mà? — disse Giulia, la più piccola di tutti. — Claudio vuole ammazzare i cattivi! Ma quali cattivi? — Non capiva. Aveva solo sette anni.
Il viso di Lorenza cambiò all’istante, pareva sconvolta. Un gesto sconsiderato e la vita della sua famiglia poteva cambiare all’istante.
Mario, che non capiva nemmeno lui, ripeté: — Quali cattivi, mà?
— Al forte di Pietralata ha trovato un bivacco e un soldato che dormiva — continuò Giorgio. Era eccitato e scuoteva le braccia in aria. — Quello aveva bevuto troppo e non si svegliava, allora gli ha rubato gli scarponi, la giacca e i pantaloni e poi è scappato e ha corso più veloce di un fulmine tra i campi! — Giorgio era ammirato dalle gesta eroiche del fratello più piccolo. Avrebbe voluto il suo stesso coraggio. — E pure la pistola!
Lorenza dovette sedersi sul muretto di uno dei sei fontanili, spersi tra i vicoli tortuosi e intricati del quartiere. Le comari, dalle mani rugose e ormai logore, erano impegnate a lavare i panni nell’acqua gelida, e captarono giusto qualche parola. Non credeva a quello che aveva sentito, e faticò a reggersi sulle gambe.
— Ch’hai fatto te, disgraziato che non sei altro? — chiese la madre. Era sul punto di svenire ma la rabbia prese il sopravvento. — Ti rendi conto che se te scoprono c’ammazzano tutti? Te voi che c’ammazzano tutti? — Lorenza non si era nemmeno accorta di aver preso il figlio per le braccia e ora lo scuoteva con forza. Per la prima volta, diede un ceffone al figlio.  Si sentì subito in colpa per quello che aveva fatto.
Claudio si liberò dalla morsa della madre infuriata. Aveva il segno delle dita sul viso e sulle braccia.
— Me so rotto li cojoni de fa sta vita de merda! — rispose lui, con la bava alla bocca — Stamo a morì de fame e tu li proteggi! Li vojo ammazzà tutti! Li odio, li odio sti tedeschi! Io vojo esse partigiano! E poi co la roba compramo da magnà, no? — Claudio strinse i pugni e iniziò a piangere, e la madre lo strinse al petto, in quel posto così soffice e confortevole. Lorenza guardò uno a uno gli altri figli, ora taciturni e spaventati. Li unì tutti a sé.
— Mamma, è vero che i tedeschi sono cattivi? — chiesero le sorelle.
— Ma no belli de mamma, so fiji de dio pure loro, solo che se so dimenticati. Annamo a casa e non pensatece più. Ma insomma, ve coprite o no che fa freddo?
Erano passate due ore dal pranzo. I ragazzi erano stipati in silenzio nell’unica camera da letto della catapecchia, dove dormivano tutti insieme. Giulia e Angelina avevano ripreso a cucire le loro bambole. Lorenza era rimasta in piedi per tutto quel tempo cercando di lavare i piatti. Le tremavano le mani, pianse senza fermarsi mai. I piatti erano ancora tutti lì. Guardò fuori, e la neve aveva cominciato a imbiancare le baracche. Sapeva che sarebbe successo di lì a poco, se lo sentiva. Quella notte dormì poco e male.
I tedeschi si presentarono alla porta la mattina seguente. Erano in due, e avevano già perlustrato gran parte delle case della borgata. Nessuno aveva parlato, ma sapevano che avrebbero trovato la refurtiva in una delle baracche rimaste.
— Acqua… acqua… — Uno dei due si finse un povero cristo.
— A mà non aprì! Ma che sei matta? — urlarono i figli a turno.
Ma Lorenza aveva già girato la maniglia, com’era solita fare sempre davanti a un grido disperato. Il tedesco aprì la porta con un calcio e le diede un ceffone sul viso. Lorenza si rialzò da terra con tutta la forza di una madre, pulendosi il rivolo di sangue che colava dal naso.
— Uscite fuori da casa mia, bestie! — urlò la donna, serrando i denti.
I soldati fecero radunare tutti nella piccola camera da pranzo. Uno dei due strappò la bambola di pezza dalle mani di Giulia, e davanti a tutti se la passò tra le gambe, simulando un coito orale, tra le risa sboccate dell’altro camerata. Erano ubriachi e avevano il viso gonfio e pieno di bava. Lorenza, disgustata, coprì gli occhi della piccola, che cominciavano a riempirsi di lacrime.
— Bastardo d’un tedesco, t’ammazzo! — ringhiò Giorgio, che finalmente aveva trovato il coraggio di affrontare la realtà.
Uno dei soldati trovò l’arma sotto al letto di Claudio. Senza dire una parola, gli sferrò con violenza un colpo al viso col calcio della pistola. Presero Claudio con forza da terra e con la pistola puntata alla tempia gli fecero cenno di uscire. Si guardarono tutti, avevano capito che quella era la fine. Presero anche Giorgio.
Lorenza si aggrappò al braccio del tedesco fino alle scale urlando. I vicini cominciarono a uscire dalle loro case, in preda alla disperazione. Il tedesco le diede un calcio e Lorenza cadde a terra, urlando il nome dei figli condannati a morte.
L’ultima cosa che Lorenza vide dalla finestra erano le impronte delle scarpe sulla neve fresca.

Aurora continuava a fissare la madre, che diede un’ultima boccata di sigaretta prima di gettarla dalla finestra. Odiava quel gesto. — Ma insomma come si salvarono zio Claudio e zio Giorgio? — chiese dopo qualche secondo.
Giulia la guardò, e si accorse che stava piangendo. Dopo quasi settant’anni il ricordo era ancora tangibile, e le parole le si strozzarono in gola. — Si racconta che li portarono al terzo fontanile per giustiziarli — si accese un’altra sigaretta, ormai era la quarta di seguito, — ma i tedeschi erano ’mbriachi e quando i ragazzi cominciarono a corre forte in quel labirinto di vicoli, i tedeschi li persero di vista. Questo è quello che se dice in giro. Ma io penso che quel giorno non erano da soli. Pare che ce fosse una brigata ad aspettare i tedeschi. Quello fu il giorno in cui Claudio e Giorgio diventarono partigiani. E tu nonna ne fu orgogliosa fino alla fine.
Aurora ci mise un po’ a riprendersi. Alla fine trovò il coraggio e le chiese: — Sei proprio sicura di voler andare in Germania a ottobre?
— E secondo te me perdo la mostra de mi nipote? E poi sti tedeschi saranno pure cambiati no? È vero, me metto ancora da parte l’acqua, ma tu padre c’ha sempre creduto alla pace. Se ce credeva lui, ce credo ancora pure io. — Giulia guardò la neve fuori e sorrise.
Aurora la abbracciò e stringendola a sé le sussurrò nell’orecchio: — Speriamo, mà, speriamo.

 

(Emiliano Jatosti)

Designed by Kjpargeter / Freepik
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1 thought on “Racconto: “La neve” di Emiliano Jatosti”

  1. Una storia come ce ne sono state tante, fatta di gesti e rumori che Emiliano ha dosato con l’accortezza di un pasticcere. Nel racconto di una periferia dimenticata, si intrecciano povertà, violenza, paura e speranza, alimentando passioni umane e politiche apparentemente lontanissime dal nostro presente, immanente e pragmatico.
    L’aria dolce e malinconica mi ha tenuto inchiodato alla lettura fino all’ultima parola. Grazie

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