Racconto: “Pupille mobili” di Giulio Armeni

Anche la terra ha occhi; e questi occhi, a differenza di quelli umani, sono enormi, possenti e prendono il nome di vulcani. I loro crateri sono proprio gli sparsi spioncini di cui la terra profonda si serve da millenni per dare occhiate all’uomo, che invece, si sa, ha occhi miseri, guerci e fallaci, tant’è che spesso deve ricorrere, per riacquistare la vista, all’utilizzo di pupille mobili.

Le pupille mobili, terminologia scientifica per le lenti a contatto, sono le fedeli ninfee che galleggiano sulla superficie dei nostri occhi. La caduta e la perdita di una lente a contatto, per un essere umano, può avere come conseguenza la cecità, se la si vede pessimisticamente; oppure la spedizione d’una navicella, il lancio della moneta, la semina di un nostro occhio, se la si vede in maniera ottimistica.

Marco e Cecilia erano andati sulle rive di un lago per godere delle acque fresche e del divertente solleticare delle anguille. Sapevano entrambi che il lago era di origine vulcanica, ovvero un antico, enorme cratere collassato su sé stesso e ora riempito d’acqua; in pratica, un vecchio occhio annacquato e reso cieco dal tempo.

Marco, che quel giorno indossava due pupille mobili di diametro 13.8 millimetri, una volta a riva – piacevolmente sorpreso di quanto un mare aperto e un lago chiuso potessero apparire uguali, per un ipotetico uomo sprovvisto di senso dell’orizzonte – si strappò di dosso la maglietta e si lanciò in corsa tra le acque limpide, immaginando così di dare il via a giochi di schizzi, risate, finti annegamenti e innocente bagno da nudi con Cecilia. Una volta giratosi, ormai corsi quasi cinquanta metri in acqua, intravide Cecilia sulla riva, a braccia conserte, a guardarlo; gli gridava di essere raffreddata. Marco, ricompostosi, passò allora dal cammino verticale al sentimento orizzontale della nuotata, per conoscere quel tipo di acqua in cui non si era mai immerso, dato che si era sempre e solo fatto bagni a mare, e non aveva mai dato confidenza a un lago, prima d’allora.

Il lago di tanta confidenza non si diede ragione; preso tra sé il volto accaldato di Marco, gli mollò uno schiaffo. Una sua pupilla mobile, quella sinistra, fu disarcionata dal fragoroso e umiliante colpo di un’onda. La lente, per pura fortuna, riuscì ad aggrapparsi al braccio di Marco; ancora rosso di vergogna, riaprì gli occhi e la vide: la prelevò delicatamente con le dita e se la sistemò sulla punta dell’indice, raccogliendo tutta la concentrazione e la coordinazione per rimettere al suo posto quel pezzo di sé; ma ecco, mentre era proprio lì, posata sui cuscini del polpastrello, un improvviso soffio di vento la colpì e quella dal dito volò via, come un insetto beffardo.

Marco, cieco per metà e messo di fronte a un mondo per metà appannato, iniziò ad accettare il fatto che la sua pupilla mobile se ne fosse davvero volata via, inghiottita dal lago; pensò che se l’avesse persa in un mare aperto, quella prima o poi avrebbe preso il largo; ma che ora invece, in pura linea di principio, avendola persa in un lago senza sbocchi, un antico cratere, c’era la garanzia di averla sempre lì custodita, e che quel suo occhio piccolo era destinato a restare in quell’occhio grande, in eterno. Marco tornò mestamente e felicemente a riva, con Cecilia nella sua metà di mondo appannata.

Non si possono interamente contraddire le ipotesi di Marco; tuttavia lui non era a conoscenza di tutta la verità. Non sapeva che la sua lente a contatto, la pupilla mobile, cullata dai flutti del lago, un giorno sarebbe stata inghiottita da un grande pesce. A volte le lenti a contatto perdute, navicelle dei nostri occhi, rimangono fedeli ai loro padroni e si riattivano per qualche istante, restituendo l’immagine di quel che vedono in quel momento, i posti in cui si trovano. Così accadrà pure a Marco, un giorno, e vedendo per un attimo tutto buio penserà d’esser morto; e invece starà solo guardando nel ventre del pesce.

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