“Storpio” di Cristina Pasqua

Era nato in tempo di polio. La gamba destra era cresciuta in compagnia della gobba, la sinistra, suo malgrado, era rimasta lì, e offesa non si azzardava a toccare terra.
«Storpio, stanotte la morte ti mangia gli occhi» gli urlò dietro Ettore, il calzolaio, mentre assestava colpi alle suole del vicesindaco, un occhio al lavoro, uno alla strada.
Lo Storpio lo guardava torvo con l’occhio buono. Mandava giù il boccone amaro e, zitto zitto, si schiacciava in un angolo, si fregava le mani e meditava vendetta.
Il povero Ettore lo ritrovarono pochi giorni dopo con la gola tagliata. Era ancora a bottega, la porta spalancata sbatteva al vento, gli occhi persi nel vuoto, una tomaia gli usciva dalla bocca, le palpebre aperte fissate da chiodi.
«Ladri» disse Erminia, la vedova, stringendo le labbra, rovistando nelle tasche del grembiale ombrato di colla. «Non è più vita qui.»
Non era più vita davvero, perché in quel piccolo borgo di poche anime asfittiche morivano come mosche.
D’altronde lo Storpio se ne era cavato fuori e si era trovato una situazione acconcia fuori dalle mura. Tempo quindici giorni, aveva tirato su una baracca di lamiera sotto quello che chiamavano il Ponte dei suicidi. In molti si erano tolti la vita lanciandosi nel vuoto da lassù, perché era ben alto e non si rischiava di tornare a valle con una gamba rotta o un trauma cranico. Si moriva e basta. Teresa la sarta, Maria Giovanna della mensa del povero, Ernesto il cartografo, una geografia di morti che lo Storpio conosceva a memoria. Ogni volta che qualcuno si lanciava, lui era lì e annotava generalità dello scomparso sul suo taccuino, poi si leccava l’indice e voltava pagina.

Lancioni Cesare, ragioniere, 31 marzo 1971
Rotini Carlotta, casalinga, 7 aprile 1973
Purgatorio Andrea, ladro, 8 maggio, 1975

e così via.
Anno dopo anno, il luogo sempre lo stesso, lo sguardo sempre il suo.
Lo Storpio, al secolo Pedretti Giancarlo, non aveva mai avuto uno straccio di lavoro. Da anni era in attesa di una domanda che la sua povera madre aveva inoltrato alle Poste e Telegrafi, raccomandandosi a tutti i santi. Nessuna risposta, teste basse, angoli girati come cappotti, non sembrava ci fosse posto per uno come lui.
Un giorno Roberti, il postino, aveva provato a farglielo capire.
«Caro mio, non è che uno si può fa’ il sangue cattivo all’ufficio postale, lo capisci, no?» e gli aveva strizzato l’occhio portandosi dietro metà della faccia. Lo Storpio si era sputato sulle mani e se ne era andato via trascinando l’offesa.
Pochi giorni dopo Roberti era sparito nel nulla. Quando l’avevano ritrovato, settimane dopo, sul greto del fiume, era gonfio che pareva annegato. Invece era pieno di carta, le cedole della pensione e le cartoline delle raccomandate gli uscivano pure dal buco del culo.
Fu allora che Giubba, il maresciallo dei carabinieri, cominciò a farsi venire qualche sospetto e un giorno ebbe la malaugurata idea di andarlo a trovare in baracca.
C’era vento e uno strano accrocco di tubi e batacchi pendeva dal ramo di un fico e rimandava nell’aria rumore di ferraglia. Era l’imbrunire quando Giubba imboccò lo stradello che lo portava giù dal declivio per raggiungere quella specie di terrapieno dove lo Storpio aveva deciso di tirare su alla meno peggio casa sua. Il meticcio dello Storpio, sciancato pure lui, per poco non lo attaccava alle giugulari. Si era piazzato in una posizione di controllo e, quando il maresciallo era sceso, lo aveva preso alle spalle. Non abbaiava? No, non abbaiava mai, non poteva. Un giorno si era azzardato a mordere lo Storpio e quello in tutta risposta gli aveva tagliato la lingua.
«Via, sciò» disse Giancarlo per allontanare il cane e, quando gli fu a tiro, gli allungò un calcio di taglio sulle costole con la gamba buona.
«Qual buon vento, marescia’?»
«Scirocco, caro mio e non porta buone notizie.»
«E quando la divisa porta buone notizie. Che vuo’?»
Il Giubba aveva parlato di sospetti e galera.
Lo Storpio lo aveva ascoltato mentre con un coltellino rifilava un ramo di sambuco per farne chissà cosa. Quando il maresciallo aveva finito, era rimasto in silenzio.
«Allora?» disse Giubba, togliendosi il cappello perché, nonostante fosse inverno, la fronte aveva preso a sudare.
«Cosa ti posso offrire?» e senza attendere risposta aveva scostato la tenda della baracca ed era sparito all’interno.
Il maresciallo era rimasto seduto su un ceppo, immobile, gli occhi fissi al cane.
Quando Giancarlo era uscito stringeva tra le mani ossute due bicchieri unti e una bottiglia con un liquido scuro.
«Questo lo faccio io» disse al maresciallo, che non riuscì a trattenere un’espressione di disgusto.
«Che roba è?»
«Amaro, come la vita tua.»
«Non bevo in servizio.»
«Bevi, bevi» disse riempiendo i bicchieri.
Passata una settimana, quando ormai al beverone che gli aveva rifilato lo Storpio non ci pensava più, dopo cena Giubba si era vomitato l’anima sua. La sua moglie aveva chiamato il medico, ma non c’era stato tempo di ricovero, non c’era stato niente da fare.
Tutti sospettavano che le morti improvvise, in un buco smagliato di poche anime, fossero farina dello Storpio, ma la paura li aveva messi a tacere. L’idraulico, l’imbianchino, l’edicolante, perfino il medico e un portantino dell’ospedale fuori le mura. Tutti zitti.
Il cerchio si stringeva, ma nessuno aveva il coraggio di tirare fili. Lo spettacolo che si parò davanti al collega del Giubba non fu dei migliori. Il meticcio dello Storpio giaceva sbudellato sotto il fico, mentre l’accrocco sibilava al vento una marcia funebre, la baracca non c’era più, sparita, niente lamiera, nessuna tenda e neanche dello Storpio c’era più traccia. Quando portarono via il cane, sotto il corpo martoriato della bestia trovarono un taccuino. Nell’ultima pagina c’era scritto

Pedretti Giancarlo, storpio, 25 febbraio 1976.

(Cristina Pasqua)

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