“Tenerife” di Walter Comoglio

Siamo arrivati a Tenerife che pioveva. Il transfer che avevamo prenotato dall’aeroporto a Puerto de Santiago non si è presentato. L’abbiamo chiamato, lui ci ha detto che dovevamo aspettare perché quando piove non si fida a guidare. Dopo un paio d’ore quando l’asfalto si era quasi del tutto asciugato è arrivato. Si è lamentato del fatto che c’erano troppi turisti e che non se ne poteva più. “Sull’isola la vedono tutti come me”, ha affermato controllando lo specchietto.

Arrivati in albergo, ho detto a Marika che le volevo bene e che è importante ricordarsi sempre che ci vogliamo bene, noi due. Anche io ti voglio bene, ha detto lei e ci siamo dati un cinque alto.

La mattina dopo siamo andati in spiaggia. La sabbia era nera e bollente, era impossibile sdraiarsi o semplicemente appoggiare i piedi perché si scottavano immediatamente. Allora abbiamo deciso di fare un’escursione in barca per vedere i delfini. Il capitano dell’imbarcazione si chiamava Paco e parlava continuamente al microfono. Finalmente siamo arrivati a una baia incastonata tra due scogliere a picco e abbiamo attraccato. Paco ci ha ricordato un paio di volte che non sempre ci sono i delfini – perché alla fine anche loro fanno un po’ ciò che vogliono – ma volendo potevamo fare il bagno e io allora mi sono tuffato da un piccolo trampolino semi-mobile che avevano messo su per i bambini. Poi Paco ha iniziato a sminuzzare una pagnotta e gettarla in mare e in pochi secondi alcuni gabbiani enormi mi hanno circondato e sono risalito.

Marika mi ha detto che secondo lei avevamo fatto un errore. Tornati in mare aperto, Paco ha spento il motore e ha preso un binocolo per l’avvistamento dei cetacei. Il sole si rifletteva sull’acqua e i seggiolini della barca erano roventi. Dopo una mezz’oretta fermi in mezzo al mare, Paco ha gracchiato al microfono che i delfini non c’erano e che – come segnalato nelle condizioni dell’escursione – l’avvistamento dei delfini non era assicurato. Ha girato il timone che secondo Marika era finto e siamo tornati verso il porto. A un certo punto, eravamo ancora in mare aperto, la barca ha fatto un sobbalzo e Marika ha ripetuto che secondo lei avevamo fatto un errore. Sembrava che la base della barca avesse colpito qualcosa e che qualcosa ora ci sbattesse addosso ripetutamente ai lati. Solo dopo qualche minuto la barca ha riacquistato stabilità. Allora mi sono spostato a poppa per vedere cosa avessimo colpito e ho notato una scia di sangue nel mare. Ho avuto un’illuminazione ma ho deciso di non dire nulla. La sera eravamo ustionati in faccia e abbiamo dovuto dormire avvolti negli asciugamani bagnati. Non abbiamo fatto l’amore.

Il giorno dopo a pranzo ho bevuto un mucchio di vino bianco frizzante e mi è venuta un’acidità di stomaco incredibile. La sera invece ho mangiato una tortilla dietro l’altra, fino a che ho iniziato ad avere problemi anche a stare seduto. Non riuscivo neanche a fare le scale e Marika mi ha chiesto se per favore potevo evitare di comportarmi come un ragazzino. Io le ho risposto che ero in vacanza e che facevo cosa volevo. Mi sono subito pentito di quella risposta affrettata, ma non sono riuscito a rimediare. Le ho detto che però le volevo bene, ma evidentemente non era il momento giusto. Per fortuna mi sono addormentato quasi subito.

Il terzo giorno abbiamo acquistato un’escursione per salire sul Teide, il vulcano dell’isola, alto più di 3700 metri. La guida che doveva accompagnarci aveva sicuramente più di settant’anni e quando gli ho stretto la mano era tutto sudato e tremava tutto. A un certo punto sul bus è salito Billy Costacurta, l’ex difensore del Milan, vestito con i pantaloncini corti mimetici e una polo Lacoste bianca. Molti l’hanno riconosciuto e gli hanno chiesto un autografo. Lui all’inizio sembrava riluttante, diceva “dai ragazzi, sono in vacanza”, poi ha acconsentito e ha iniziato a camminare nel corridoio del bus e a stringere mani.

Il bus saliva a fatica sui tornanti che portavano al vulcano. Si inerpicava in seconda circondato da colate di magma solido, intervallate da aperture a strapiombo su un immenso panorama di nulla. Marika ha detto che se non fosse stato tutto così secco là fuori, le sarebbe venuta voglia di vomitare. Poco prima di arrivare alla base del vulcano siamo stati avvolti da una nebbia calda e vaporosa. Alla guida è caduto il microfono e l’ha rotto. Ma molti sul bus erano ancora colpiti dalla presenza di Billy Costacurta e quindi la cosa è passata in secondo piano. Ai piedi del vulcano non si vedeva nulla. Siamo allora andati a prendere la teleferica per arrivare in cima. La nostra guida ha iniziato a discutere animatamente con il bigliettaio della teleferica. Abbiamo pagato 27 euro a persona, che poi ho scoperto è quasi il doppio del prezzo di un biglietto normale. Anche dalla cima del vulcano non si vedeva nulla. Eravamo dentro el mar de nubes, una massa torbida e gassosa, perfetta per consumare una vendetta veloce. Quando siamo tornati al bus, la guida stava dormendo, abbiamo bussato ma lui non si è svegliato. Billy Costacurta ha detto “ci penso io” e ha tirato un calcio forte di collo pieno contro la portiera, ma non è servito a nulla. Secondo Marika si è fatto malissimo ma non voleva darlo a vedere. Un turista che passava di lì ha detto “grande Billy” e lui ha salutato. La guida si è svegliata una mezz’ora dopo e ha aperto. Siamo tornati a Puerto de Santiago che era sera. Abbiamo fatto l’amore, ma sono durato pochissimo e in ogni caso non è stata una performance esaltante, Marika mi ha dato un bacio sulla guancia e mi ha detto che non faceva nulla.

Il giorno dopo era arrabbiatissima con me e non mi voleva parlare. Le ho chiesto se ci fossero problemi. Ha risposto che era tutto ok e dovevo solo smetterla di chiederlo, ok? Ha ricominciato a mostrare un po’ di empatia solo l’ultimo giorno quando ho esagerato con una salsa che si chiama Mojo Picon e in questo caso si è dimostrata quasi materna nei miei confronti.

Le ho detto che le volevo bene, nonostante tutto. Anche lei, nonostante tutto, ha aggiunto.

All’aeroporto abbiamo incontrato di nuovo Billy Costacurta. Aveva la camicia bianca e il piede fasciato. Mi ha riconosciuto ed è venuto da me, e senza che gli chiedessi nulla mi fa che si era fatto male giocando a beach soccer e non a causa del calcio che aveva dato al portellone del bus. Marika mi ha preso sotto braccio, abbiamo salutato Billy Costacurta e ce ne siamo andati.

Sul volo, l’Inglese che era accanto a me ha scoreggiato tutto il tempo, faceva una smorfia, si piegava leggermente da un lato poi sospirava e poi si scuoteva sulla poltrona come se volesse diffonderne l’odore.

Arrivati a casa le ho detto che le volevo bene, nonostante tutto. Lei ha risposto che sì, anche lei ma ora potevamo anche smetterla che non eravamo mica più a Tenerife.

Walter Comoglio

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