“Figlia” di Patrizia Fiocchetti

Le dita avvinghiate. Le sue affusolate, la pelle morbida. Le mie rugose, antiche.
“Non lasciare la mia mano”, lo sguardo implora di rimandare l’arrivederci che sappiamo addio.
Il profilo delicato della sua bellezza si staglia contro il cielo arancione. La notte piomberà sulla nostra terra e tu mi sarai rubata. Per sempre.
Sdraiata accanto a te, ho osservato il sonno in cui eri immersa, come quando, tu bambina, non mi staccavo per paura che nel buio sparissi.
Il suono del clacson irrompe tra noi. Brusche le tue mani lasciano le mie, la testa di scatto si volta, cogli il movimento dei corpi che vanno salendo sull’autobus e sei già lontana, i passi immaginati oltre la terra deserta, quasi senti l’odore salmastro del mare. “È la speranza” mi dicesti come a voler vincere il terrore che mi avvinghiava, nel convincermi che non c’era scelta per te se non l’avventura di un viaggio.
I tuoi occhi di nuovo nei miei, la tua ambra velata di malinconia si specchia nel mio nero profondo. “Non avere paura per me. Sono forte”. Poi lentamente, drizzando le spalle, ti volti e cominci a camminare verso l’autobus.
“Figlia”, il grido muto dal mio petto, la sabbia sfuma le tue fattezze, e in questo momento so che questo non sarà mai più il posto della tua esistenza.
“Ci ritroveremo nella valle sicura dei ricordi, mamma”.

Patrizia Fiocchetti

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