“Idrodinamico” di Marco Montozzi

Sessanta volte su e giù, questo vuol dire milleccinque.
Mica puoi fermarti. Vai; sgambi, sbracci, respiri, immergi il viso e ricominci. Uno, due, tre, quattro, cinque, aria.
Una certezza: quella linea scura sul fondo che scivola con te. A un certo punto si ferma, fa la T, rompe l’incantesimo in cui ti stava immergendo ricordandoti che il mondo è lì e che devi raggiungerlo. Per farlo ti capovolgi, mandi il culo e i piedi all’aria e la capoccia chissà dove per poi ricomporti e di nuovo, idrodinamico, riprendere la via.
Scorgi qualcosa, qualcuno, un riflesso che fugge avanti eseguendo quasi i tuoi stessi gesti.
Non sei tu, ovvio. Nel momento in cui lo raggiungi ti rendi conto che sta nuotando con i pollici aperti mentre i tuoi sono ripiegati sul taglio della mano.
Ti sfugge un pensiero antisportivo: schiappa e aumenti l’andatura.
Uno, due, tre, quattro, cinque, aria, capovolta.
Ne incontri un altro, pure lui ti somiglia: testa in silicone, occhi bulbosi, espressione seria.
Superi pure questa copia e preso dall’entusiasmo ti scappa una risata mentre scivoli via, sempre più lontano, sempre più vicino alla fine di questi milleccinque.
Nel susseguirsi di gesti sempre uguali potresti essere ovunque: sgambi, sbracci, respiri, sei scomparso! Dove sono tutti?
Da qualche parte una campanella nervosetta ti dice che i giochi sono fatti, la strada è percorsa e che alla prossima T potrai fermarti.
Continui a contare, ti capovolgi, il mondo ti aspetta: continuasse, vado avanti!

Marco Montozzi

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