“Delle carte” di Antonio Semproni

Di sotto suona il clacson. Non è affar mio. Io posso ripiegare il cuscino sulla nuca e infilarmi la sua matassa nelle orecchie, quindi serrarlo con le braccia distese e riprendere sonno. Ma il clacson è della mia macchina, lo riconoscerei fra mille, nel traffico, all’ora di punta. C’è un uomo, sul sedile del conducente, che esamina con gravità delle carte. M’affaccio e lo apostrofo, lui resta chino sulle carte. Allora scendo, incespicando perdo le ciabatte sull’asfalto, apro lo sportello e il clacson è così penetrante che all’istante svengo. Quattro ruote felpate mi riportano a letto. Alla porta suona il clacson, gentilmente: due strombazzate; apro e due fari mi occhieggiano. Di fuori attacca il campanello, imperterrito e impertinente: non c’è cuscino che tenga. L’uomo è nell’androne del palazzo di fronte, a ridosso della placca dei citofoni, chino su delle carte. Prendo delle carte dalla scrivania e le piego in aeroplanini che sospingo verso l’altro lato della strada. L’uomo li raccoglie, spiega ed esamina; senza staccare lo sguardo dalle carte spiegate mi fa cenno con il braccio di mandargli altri aeroplanini. Ricorro a vecchi ritagli di giornale che utilizzo per incartare verdure o lavori casalinghi. All’opera su uno sgabello crollo in un sonno che è un fiume nero sul quale fluttuano aeroplanini in bottiglia, la corrente li porta e mi rimanda altre carte in bottiglia, piegate in poliedri, origami e inedite fogge.

Antonio Semproni

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