“Capo Palinuro” di Mariano Mastuccino

I ceffoni delle auto che sfrecciano sull’autostrada mi tengono sveglio più dell’orchestra di cani e galli e vetri rotti che a quest’ora del mattino invade le strade del quartiere. Sono gli stessi che cantano abbaiano e s’infrangono a ogni ora del giorno, ma adesso si sono sincronizzati col cianciare incostante degli uccelli, eco forestale resistente in piena valle cementificata dagli anni Ottanta post-terremoto. I piedi continuano a sfregarsi al capo del letto in attesa di trovare la posizione perfetta. Chiedono scusa e pregano e si allontanano come innamorati e come onde, ripetitive e indivisibili unità di schiuma e creste impazzite.
Dei gatti chiamano da un terrazzo mentre trascino sui chilometri il pensiero di un caffè domestico inespresso che nessun autogrill potrà mai colmare.
Ho visto l’alba nascere sui bidoni scoppiati dell’umido all’uscita dell’autostrada, e nessuna grande celebrazione potrà farmi riprendere da quell’immagine. Se questa berlina di seconda mano potesse parlare sarebbe l’unica a proferire parola tra i vetri incrostati e i sedili in finta pelle rubati. E invece il suo motore suona a morte, accompagnato di buon’ora da un treno che fischia piano sulle colline bucate. Dalle campane della chiesa sembra suonare lo stesso ritmo, che invita a entrare e gustarsi un ultimo saluto, un brindisi al mostro.
Cin.

Mariano Mastuccino

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