“Estate” di Cristina Pasqua

Era un’estate di vento e polvere. Non ci si aspettava raccolti, nessuna gemma sugli alberi a primavera, neanche un germoglio nei campi. Un tappeto di foglie ingiallite attutiva i passi di Bianca, che a quella stagione incerta non riusciva a dare un nome, lei che lo cercava per tutte le cose. Per questo, i semi di finocchio finivano in un barattolo con l’etichetta scritta con mano malferma e le calze invernali a dimora in una confezione di plastica trasparente, all’interno un foglietto con su scritto ‘calze invernali’. Non ricordava un anno così inclemente, un cielo così bianco, i campi arsi di sole, le notti colate di pece. E loro. Loro camminavano piano, come se la fatica di quelle giornate passate a dissodare la terra gli si fosse appiccicata addosso e non li lasciasse riposare. Il primo lo aveva incontrato lungolago, di ritorno dai campi. Era un uomo, aveva lo sguardo vuoto e le braccia pesanti, si muoveva piano. Quella stessa notte dalla finestra ne aveva visto un altro. Stava ritto in piedi in mezzo al campo, in canottiera e calzoncini corti, fissava la strada. Con passi lenti e trascinati erano arrivati loro, immobili come lui, allagati di buio.

Cristina Pasqua

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