Racconti

Racconto: “La missione” di Walter Comoglio

Siamo al di là del bene e del male. Siamo addestrati a stappare idranti enormi, a saltare da strapiombi e ad arrampicarci sui quadri svedesi più impegnativi; ci adattiamo a microclimi tropicali e costruiamo nidi di paglia per le poiane; abbiamo copricapi rossi che luccicano e si fanno notare da lontano. Siamo la sensazione di calore che sale dai piedi che vorresti di notte, prima di cadere in un sonno intenso. Siamo addestrati a credere a una seconda opportunità. Che siano guasti elettrici, incendi o alluvioni, gatti sugli alberi o anziani che vogliono farla finita, il nostro compito è trovare la migliore soluzione possibile. Siamo pronti a tutto e al contrario di tutto per questo. Le nostre grandi mani accarezzano la confusione del mondo, ne rinvigoriscono le molecole e le disinfettano.

Purtroppo notiamo una grande delusione nei nostri assistiti. Cercano di portarci fuori rotta. Non vogliono che gli incendi che incautamente hanno causato vengano spenti, né desiderano essere trascinati fuori dall’auto prima che prenda fuoco. La nostra naturale empatia sembra fuori luogo, le nostre rassicurazioni sono viste come un indesiderato atteggiamento paterno e la nostra rettitudine viene letta come un tentativo reazionario di mettere ordine. Ma noi non siamo quel genere di persone. Un uomo che si era slogato la caviglia mentre si arrampicava su una roccia mi ha confessato che sperava tanto di essere lasciato in pace e che se proprio avesse desiderato non mettersi nei guai, non si sarebbe fatto male proprio in quel modo. Noi sappiamo che sotto stress o in situazioni di pericolo le persone tendono ad agire e a parlare inopinatamente, ma siamo addestrati a portare a termine il nostro compito: abbiamo imbracato quindi l’uomo provando a evitare movimenti bruschi, mentre cercava di colpirci con le braccia lo abbiamo rassicurato sul fatto che tutto sarebbe andato per il meglio e lo abbiamo issato fin sopra il dirupo, dove il resto della nostra squadra lo aspettava con ragionevole calma. Ma nessuno vuole le nostre carezze. L’uomo, non appena siamo risaliti, ha provato goffamente a sfuggirci e a lanciarsi di nuovo giù. Fortunatamente avevamo posizionato reti di salvataggio.

Abbiamo nuove divise e satelliti sempre più precisi. La nostra competenza ci ha portato a essere in grado di muoverci in anticipo. Prevediamo il grado di espansione dei fuochi in base ai venti delle correnti atlantiche. Facciamo rilevamenti che ci permettono di tenere un database aggiornato delle persone con tendenze suicide e abbiamo strumenti per localizzarli all’istante. Le nostre autobotti hanno ammortizzatori iper flessibili, in acqua sgusciamo dai nostri canotti e i nostri cuori sono monitorati da orchestre di cardiofrequenzimetri. Non diamo spazio a ciò che serpeggia senza avere il coraggio di mostrarsi. Siamo addestrati a lasciar perdere le dicerie. Il nostro punto di fuga è un Dio lontanissimo che probabilmente non esiste. Siamo credenti sul serio. Abbiamo spento roghi devastanti, limitando i danni e rincuorando i feriti, abbiamo estratto persone da lamiere taglienti mettendoci alla prova, estranei all’ipocrisia dell’ordine assoluto quanto lontani da ogni tipo di cinismo. Noi crediamo sul serio. Ma abbiamo soccorso persone che volevano la polizia. Abbiamo soccorso persone che volevano essere punite. Abbiamo salvato ottuagenari che cercavano la morte nell’orto. Uno di questi, un vecchio contadino, mentre lo estraevo da un pozzo che si era scavato in giardino, mi disse che voleva morire come fanno i gatti. Mi sono dovuto calare, l’ho imbracato e quando siamo risaliti mi ha detto che entro sera ci avrebbe riprovato. L’ho fissato per un attimo negli occhi e per qualche momento ho visto una persona colpevole, che non teneva su lo sguardo, un albero malato, un corpo divorato dagli anni che aveva deciso di pagare tutto in una volta sola. Noi abbiamo pensato a quale fosse stata la sua seconda opportunità, se non fosse già stata vissuta e se il nostro non fosse che un banale eccesso di zelo. Il fatto di continuare a imbracare gente controvoglia ci sta dando molto da riflettere negli ultimi tempi.

Facciamo corsi di salvataggio in mare aperto, gare di sopravvivenza nei boschi e simulazioni di primo soccorso per adolescenti. Organizziamo campus gratuiti per bambini sotto i dodici anni, offriamo il nostro carisma e il nostro sapere per aumentare le conoscenze e innalzare lo spirito di gruppo dei più piccoli. I ragazzini però non sembrano recepire i nostri intenti. Abbiamo organizzato una partita di pallapugno e abbiamo dovuto sospenderla perché si rincorrevano cercando di darsi calci sulle palle. Durante una caccia al tesoro ho visto con i miei occhi genitori scavare buche e coprirle di foglie in modo da farci cadere gli altri bambini. Giusto oggi pomeriggio, alla corsa campestre, una donna ha spinto un ragazzino giù per un dirupo. Quando glielo abbiamo fatto notare, lei con tono distaccato ci ha chiesto se avessimo prove. Alla fine si è rotto il bacino. I suoi genitori ci vogliono denunciare, voglio dire, vogliono denunciare il nostro corpo. All’ultimo Campus Sotto Le Stelle abbiamo avuto due risse tra genitori e a una bambina forse dovranno amputare un piede.

Ci siamo resi conto della situazione e abbiamo chiesto a malincuore di sospendere i campus. Come risposta ci sono stati promessi ulteriori fondi e un intero reparto di poliziotti che formerà cordoni di sicurezza sui percorsi. Quando abbiamo fatto notare ai superiori che secondo la nostra esperienza la militarizzazione non avrebbe portato benefici, ci è stato detto di esercitarci più duramente. Abbiamo sospirato all’unisono e, senza bisogno di incrociare i nostri sguardi, siamo andati in ospedale a sincerarci delle condizioni del ragazzo con il bacino rotto. Appena entrati in sala d’aspetto, il padre ci ha riconosciuto e ha detto che eravamo degli incoscienti e che ci avrebbe denunciato. Un vecchio ci ha insultato in dialetto. Quando abbiamo provato ad avvicinarci ci ha sputato addosso. Un infermiere ci ha detto che non siamo graditi, che non è questo il luogo giusto per mostrare i nostri elmi brillanti e i nostri corpi atletici, qui c’è gente che soffre, ha aggiunto.

Abbiamo allora raggiunto i vincitori della corsa con i sacchi a squadre in gelateria. Un bambino era paonazzo in volto e tossiva in un angolo. Abbiamo intuito che stava soffocando. Non appena abbiamo iniziato la manovra di Heimlich, la madre ha iniziato a gridare che non avevamo il diritto di toccare il suo bambino. Non l’abbiamo ascoltata, lo abbiamo stretto da dietro e liberato le sue vie aeree con colpi decisi, fino a quando il piccolo non ha sputato parti di un cucchiaino. La madre allora ha smesso di urlare e ha detto “ecco, lo sapevo”. Il bambino si è messo a piangere e ha chiesto immediatamente un altro gelato. Lei, sbuffando, glielo ha comprato. Un uomo distinto seduto a uno dei tavolini, probabilmente il padre di uno dei bambini vincitori, ha detto una frase che ci ha colpito molto. Ha detto “voi non capite davvero un cazzo”.

Sta scendendo la sera, i nostri pensieri si affollano e non ci danno respiro: siamo addestrati a estinguere l’incendio ma sembra che a chi è sotto le fiamme non interessi. Imbrachiamo persone che si lanciano nel vuoto ma non sappiamo attutire il loro vuoto. So però che andremo avanti, inventeremo nuove esercitazioni e fingeremo che tutto quel disordine là fuori sia la conseguenza di alcuni frutti ancora troppo acerbi per essere digeriti e nulla più. Risponderemo presente alle chiamate e non ci faremo fregare dal cinismo e dall’ipocrisia dei nostri turni di lavoro. Non possiamo permetterci orari nel vero senso del termine, la nostra missione trascende certe piccolezze. Quando suona la sirena scattiamo come un corpo solo e sappiamo già cosa dobbiamo fare. E se davvero non capiamo un cazzo, pazienza.

(Walter Comoglio)

 

Designed by Harryarts / Freepik
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