Racconti

Racconto: “Com’è nata S.” di Giulia Cima

Com’è nata S.?

S. sapeva come nascono i bambini, spinte, grida, liquidi vari, pianto, anche lei era nata fisicamente così. Ma la nascita della sua persona non era avvenuta da un padre che insemina una madre. Certo era nata, anzi era nata più volte, ma non attribuiva quell’evento a qualcosa di fisico. Non aveva ricordi della sua infanzia, quasi avesse annullato tutto ciò era esistito tra la sua nascita materiale e la prima rabbia dell’adolescenza.
A dare i natali alla sua identità erano stati diversi eventi che associava a delle immagini ben precise: uno scarafaggio, una finestra, il mare.

 

Lo scarafaggio

Quindi mi trovai di fronte a due fenomeni: uno, una persona, che peraltro era anche una bella ragazza, che disse: «Io ho fatto un sogno»; e due, il fatto che io, invece di chiedere le libere associazioni, mi lanciai a interpretarlo. Ecco, feci una cosa che, direi proprio, non era stata mai fatta. (Massimo Fagioli, ‘Storia di una ricerca. Lezioni 2002’)

Nel dormiveglia, una specie di tic tic tic di mille zampe teneva il sonno di S. in ostaggio: “Da dove viene questo rumore?”. A tentoni, trovò l’interruttore della lampada accanto al letto. Sorpreso dalla luce il rumore sparì.
L’armadio provvisorio costruito con alcuni scatoloni sembrava reggere, i vestiti erano ancora ammucchiati. Da tre mesi S. viveva finalmente nella sua casa, una realizzazione che desiderava da tanto tempo, non una fuga, ma una dichiarazione d’indipendenza. Un movimento improvviso dell’inconscio, un passo di danza, un ultimatum da parte della sua vitalità: o vai via tu o vado io, ma non aveva ancora avuto il coraggio di comprare un armadio vero e completare la piroetta. Tutto a posto dunque, nulla crollava o andava in pezzi. Di nuovo, nel buio, quel tic tic tic… qualcosa correva, sgambettava, strusciava e scivolava via più convinto di prima, ma anche il sonno di S. si era fatto più insistente e passò in vantaggio.

Uno scarafaggio passeggiava indisturbato studiando l’ambiente, quegli scatoloni sembravano una tana eccellente. Muovendosi avanti e indietro, si godeva il buio. Un respiro poco profondo lo teneva in allerta, sapeva di essere leggero ma le sue zampe sottili e robuste ticchettavano comunque sul pavimento.

S. si svegliò schifata, odiava gli insetti. Un bisogno fisiologico passò in vantaggio sul sonno. Accese la luce e mise i piedi fuori dal letto… “che diavolo è quella cosa marrone sul pavimento?”: tictictictic. Con un colpo di ciabatta, lo scarafaggio cessava di vivere, reale o onirico che fosse, rimaneva schiacciato sulle mattonelle che S. aveva scelto con tanta cura. Lo scarafaggio era uscito dal suo nascondiglio. S. ora poteva finalmente nascere affrontando la paura di avere paura.

— Stavo sognando che uno scarafaggio camminava sul mio pavimento, ho aperto gli occhi e lui era davvero lì! L’ho materializzato fuori dal sogno, capisce dottore? Sono pazza, vero, sono una strega?
— Ho due risposte a questa domanda: la prima, le streghe non esistono e, se anche fossi pazza, la buona notizia è che puoi essere curata; la seconda è l’interpretazione del tuo sogno: devi comprarti un armadio!

 

Una finestra

L’uovo non è pulcino… il feto non è bambino. Poi l’idea nuova che la vita non inizia con il calore ma con il giungere della luce sulla sostanza cerebrale. (Massimo Fagioli, ‘Left, 5 novembre 2016’)

Era una mattina di luglio, S. era entrata in quella casa il pomeriggio precedente chiedendosi come ne sarebbe uscita.
Aveva dormito tutta la notte abbracciata a lui nella frescura di quella piccola città di mare dove R. abitava. Si erano conosciuti per caso, nata per la prima volta qualche mese prima era tornata in un liquido amniotico freddo e indifferente dopo una serie di rapporti deludenti e vuoti. Lui era entrato in punta di piedi nella sua vita senza mollare un attimo davanti alle sue incertezze, perché lui era sicuro. Era lontana da casa, era arrivata lì quasi per caso, seguendo un movimento irrazionale che dal cervello si era esteso a ogni arto. Qualcuno la chiamava vitalità, e lei si sentiva curiosamente viva nella sua recente immobilità affettiva.
Girandosi sul fianco aveva visto il suo viso, ne aveva accarezzato il profilo senza toccarlo, qualcosa era cambiato, non era più una bambina con i mostri nell’armadio.
Avevano passato la notte a parlare, niente le era mai sembrato così naturale. Poi lui disse — In alcuni momenti ancora mi manca, ma è una storia chiusa —. S. analizzò la parola mancanza e decise che non le piaceva, la infastidiva, voleva riempire lei quella mancanza.

Aveva attraversato il corridoio buio e stretto, l’impatto con la luce che entrava dall’enorme finestra del salone fu devastante. Per un attimo non vide più nulla, come fosse appena uscita dall’utero la luce la invase e creò il pensiero, la creatività e infine l’identità. Era nata di nuovo. Il rapporto con quell’uomo, la conoscenza dell’altro, del diverso da sé l’aveva riempita, aveva colmato la sua di mancanza.

— Il tuo gatto ha dormito tutta la notte sui miei piedi.
— Perché ti vuole bene.
— Mi conosce da ventiquattr’ore.
— Ma conosce me da sei anni!

 

Il mare

Come se fossero di legno e metallo fusi insieme, composi le parole: fantasia di sparizione, inconscio mare calmo, memoria-fantasia dell’esperienza vissuta. (Massimo Fagioli ‘Left 2011’)

S. aveva sempre ritenuto di essere una persona con poca memoria, dimenticava tutto, diceva di essere sbadata. Sapeva però che la sua non era noncuranza, ma autodifesa. Il suo cervello cancellava la realtà dolorosa e deludente che la circondava e aggrediva. Non ricordava quasi nulla della sua infanzia, della presenza di sua madre ad esempio, poco di più quella di suo padre che le aveva insegnato a guardare il cielo, le costellazioni e i pianeti. Ricordava bene le sere estive nella casa in campagna dove la città spariva e il cielo era tutto loro, da scoprire insieme. Le vacanze con lui, i campeggi avventurosi, come quella volta che si erano persi nella campagna toscana in balia della furia degli elementi che scuotevano la macchina. — Hai paura? — aveva chiesto S. al padre. Lui l’aveva guardata, — Sì… un po’ —, aveva sorriso cercando di tranquillizzarla, mentre il maltempo con un lampo squarciava la notte a un metro appena dal cofano dell’auto. Nonostante tutto, le era sempre parso un ricordo amorevole, onesto – la sua memoria era composta di fotografie che qualcuno le aveva scattato ma nelle quali lei non c’era, perché in fin dei conti non era ancora nata.

Il cielo era basso e nuvoloso ma c’era tanta luce nonostante il grigiore. Le dune erano alte diversi metri e con poca vegetazione, non si vedeva il mare dalla strada, ma l’odore era inconfondibile e per S. fu subito una spinta incontenibile. Lasciò R. indietro salendo sempre più in alto sulla cresta di una duna.
Si erano rivisti dopo più di un mese dall’ultima volta, in una città che non apparteneva a nessuno dei due. Da lì, avevano preso una macchina e avevano guidato decidendo dove fermarsi di volta in volta, liberi di andare, pensare e stare in silenzio. Poi, procedendo verso nord, il bisogno del mare era diventato impellente per entrambi, tutti e due avevano qualcosa da raccontare all’acqua.
Da lassù il mare era una distesa infinita di calma senza sosta che andava in un modo e tornava in un altro. S. avrebbe voluto sentirsi proprio così: immersa in un continuo moto sereno e limpido verso la realizzazione di una vita sana.  Sulla cima di quella duna, lei era un puntino minuscolo che poi prendeva a scendere verso la spiaggia e verso quel mare che le calmava l’inconscio.
Ogni volta che guardava la foto che R. le aveva scattato in quell’istante esatto, S. riusciva a ricordare tutto: il colore di ogni sasso raccolto sulla spiaggia, la maglietta nera di lui, la sensazione delle dita tra i suoi capelli quando si era seduto e le aveva poggiato la testa sul petto mentre guardava il mare. Aveva memoria di se stessa forse per la prima volta.
Nel momento in cui aveva confessato all’acqua di volersi separare dalla sua tristezza, le acque si erano rotte e lei era nata di nuovo.

— È la foto più bella che mi abbiano mai scattato, anche se sono un puntino nel cielo.
— È stato su quella spiaggia, quando ti ho vista così come ti ho ritratta, che mi sono innamorato di te.

(Giulia Cima)

 

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