Racconti

Racconto: “Diario di Leila M.” di Patrizia Fiocchetti

Istanbul, 28 Gennaio 2018

 

Scrivo per ritrovare l’anima, scrivo per non impazzire. Non avevo mai tenuto un diario, mi sembrava una sciocchezza da ragazzine occidentali, pagine a cui affidare struggimenti d’amore e amicizie tradite. Eccomi, invece, davanti alla prima pagina bianca di questo sottile quaderno, acquistato oggi in una cartoleria, in un tempo rubato alla solitudine, alla ricerca di un percorso che mi conceda la possibilità di sentirmi di nuovo un essere umano, una persona, una donna e non semplicemente una profuga.

Uscita dal negozio, ho scorto il mio riflesso sulla vetrina e sono fuggita. Chi era quella donna di 37 anni dagli occhi spenti, le labbra tirate, i lineamenti induriti? Il tempo non mi ha salvata nel corpo, non posso perdere la mia mente e le mie ragioni, oggi è questa la battaglia che devo sostenere.

E ora, a sera, in questo sgabuzzino trasformato nella mia stanza, dove a malapena s’incastrano il letto e il comodino, i pochi vestiti impilati sulla sedia sotto la finestra che si affaccia sul Bosforo – unico respiro alla mia fantasia – ho posato il quaderno dalla copertina blu sul cuscino e impresso le prime frasi. Vorrei seguire un ordine, ma i ricordi e le emozioni si accavallano a un ritmo serrato, la mia mano non riesce a seguire il cervello che vorrebbe poter buttare, in un momento unico sul candore dei fogli, tutto quanto ho visto e sentito in questi ultimi due anni, da quando ho lasciato la Siria.

Come dimenticare la fatica del viaggio verso nord, verso il confine con la Turchia. Le notti in cui si camminava in strade secondarie, per sfuggire ai tanti gruppi armati fedeli alle varie bandiere di super potenze o potentati locali, che si contendevano il controllo dei territori incuranti del destino dei civili. In quell’errare ho sempre tenuto fede al giuramento fatto, un tempo di cui non ricordo più né il colore né gli odori, di restare una combattente e ho difeso al meglio che potevo le donne che mi erano state affidate, ‘Umm Fatemeh e la giovane Jala, sua nipote. L’uomo che ci guidava – un alawita che si faceva chiamare Seyed – aveva dato la parola a mio fratello Samir che ci avrebbe portate fino al confine e a questo compito ha assolto, taciturno ma rapido nelle decisioni.

Ero armata solo di un coltello a serramanico consegnatomi da Faisal prima della mia partenza. Ricordo me lo passò di nascosto dagli sguardi delle mie compagne di viaggio, sfiorandomi le mani, senza dire una parola. L’espressione distante del volto, di chi sapeva mai più si sarebbe incontrato.

Una mattina ‘Umm Fatemeh con quel coltello mi tagliò di netto la lunga treccia ramata. Glielo chiesi io, quando osservai il movimento sulla strada farsi più fitto di persone, con i carretti che trasportavano i poveri oggetti che alcune famiglie sfollate erano riuscite a salvare dalla furia dei combattimenti e dalle stragi. La frontiera con la Turchia era prossima e provai un dolore folle, tanto da desiderare disperatamente che uno sparo mi colpisse in mezzo agli occhi così da poter morire sulla mia terra. Fu un attimo, ma avevo bisogno di un gesto che tranciasse di netto il futuro, a pochi chilometri di distanza, dagli anni del mio passato da cui i miei passi stavo per cancellare. Quale atto più simbolico per una donna della mia tradizione che sacrificare la lunghezza dei capelli? Ricordo gli occhi di ‘Umm Fatemeh riempirsi di lacrime e la richiesta insistente della giovane Jala che anche a lei venissero tagliati. E così fu.

Ma il passaggio della frontiera dopo giorni di ansia e paura non fu semplice, poiché i turchi da alcuni mesi l’avevano chiusa nello sporco gioco al rialzo con l’Unione Europea per avere più soldi e potere contrattuale nelle scelte del continente. Solo dopo ho saputo tutto questo, allora ne subii le conseguenze e fui testimone di ciò che accadde alle centinaia di donne e uomini e bambini gettati nella più profonda disperazione. Non sapevano cosa fare, come proseguire per potersi salvare da quel governo-nemico che da Damasco ordinava di fargli terra bruciata alle spalle.

Seyed non ci abbandonò. Avevo con me una discreta somma che Samir mi aveva fatto avere attraverso Faisal. Gliene misi in mano una parte, ma sono convinta che li accettò solo per mantenere la sua fama di contrabbandiere intransigente. Ci avrebbe aiutate a lasciare il suolo siriano anche gratis. Alcuni giorni trascorsero alla ricerca di un varco per passare in Turchia. Lo trovammo e nel giro di qualche ora mettemmo il piede dall’altra parte, in una geografia naturale che era prosecuzione di quella che avevamo appena lasciato, ma proprietà di un altro padrone. Seyed si accomiatò con un misurato cenno del capo. Il suo obbligo verso Samir era concluso.

È quasi mezzanotte e devo riposare, sono sempre così stanca. Prima di dormire controllo sempre sotto il materasso che l’arma bianca sia al suo posto. Non me ne sono mai separata in questi anni e ora la custodisco in questa stanza, nella casa in cui faccio la domestica in nero. Voglio riuscire a raccogliere i soldi sufficienti a pagare il viaggio che mi porti al di là del mare, in Europa.

Questo è l’obiettivo che mi obbligo a non dimenticare. Raggiungerlo significherà onorare la promessa di testimoniare la storia delle persone che ho amato e lasciato indietro. L’impegno a conquistare una seconda possibilità di vita, così da riprendermi l’identità e la dignità che mi sono state strappate.

Ogni notte da due anni mi ripeto il giuramento, pensando a Samir, coraggioso fratello, e a Faisal, amico leale, amore mancato.

(Patrizia Fiocchetti)

*Nota: Il brano è tratto da un libro di prossima pubblicazione.
Designed by grmarc / Freepik
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