Racconti

Speciale Halloween 2019: “Michele aveva un collo” di Carlo Sperduti

La paura è una cosa nota che cambia di segno. Michele gettava la testa all’indietro, quando rideva. Erano molte le cose che lo facevano ridere, spesso piccole, alcune minuscole o divertenti solo per lui. La gettava all’indietro, la testa, quasi con violenza, ma perché dico quasi? Con violenza, come volesse affermare il suo diritto all’ilarità con un atto ostentato, imponendolo all’attenzione del mondo. Un mondo che era fatto di me e di un esiguo gruppo di amici. E io lo amavo, Michele, anche per quella sua testa gettata all’indietro, per quello sconquassamento per niente comune. Lo amavo come una pazza. E se dico  che lo amavo anche per quello è per non risultare pazza del tutto dicendo che lo amavo solo per quello.
Una notte, però, mi svegliò di soprassalto la sicurezza di non amarlo più, che interpretai correttamente molto dopo: sul momento pensai di non ricordare un incubo appena interrotto. E invece avevo ricordato, ma non era un incubo e invece lo era e non me ne resi conto.
Qualche giorno prima, andando via dal cinema – io guidavo e lui era seduto dietro di me, con noi un amico e un amico dell’amico – aveva riso a quel modo ricordando una scena del film che stavamo guardando fino a un quarto d’ora prima. Era l’unico a ricordarla. Michele era alle mie spalle, ma conoscevo talmente bene il movimento del suo collo, quando rideva a quel modo, che ne potevo avvertire i piccoli spostamenti nell’aria. Lo vedevo senza vederlo mentre voltando a sinistra rischiavo di investire un pedone. Smise di ridere e disse una parola che non capimmo, iniziava con un suono gutturale e finiva con una vocale aperta. Poi riprese a parlare davvero: quel momento passò quasi inosservato verso il pub dentro una conversazione a quattro.
Dopo aver parcheggiato, un attimo prima di scendere, mentre sproloquiava di regia e fotografia e montaggio e colonne sonore, l’avevo guardato dallo specchietto come altre venti volte durante il tragitto, con la sola differenza che in quell’ultimo caso lo sguardo non era stato intenzionale: un incrocio di traiettorie interrotto prima della coscienza.
Questo avevo ricordato: la sua voce allegra e chiara ma nello specchietto il collo ancora rovesciato che mi guardava dal pomo d’Adamo e un altro sguardo che mi indagava dalle narici espanse sopra la minaccia dentale dell’arcata superiore.
In quel granello di tempo continuo decrepita a vivere, e vorrei essere il mio funerale.

(Carlo Sperduti)

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