Racconti

Speciale Halloween 2019: “Civico 43” di Cristina Pasqua

In una strada secondaria, ho trovato una casa che sembrava rispondere ai requisiti richiesti,
e sulla quale faceva bella mostra un logoro cartello da cui s’apprendeva che era in vendita.
Bram Stoker, Dracula, 1897
Nella città che si stava segretamente nutrendo del tempo, che lo assorbiva senza distruggerlo.
Il tempo che ci vigila dalle sue aperture, il tempo che esiste oltre le finestre.
Enrique Moriel, aka Francisco González Ledesma, La città senza tempo
«Se il tempo deve finire, lo si può descrivere, istante per istante, – pensa Palomar, – e ogni istante, a descriverlo, si dilata tanto che non se ne vede più la fine.» Decide che si metterà a descrivere ogni istante della sua vita, e finché non li avrà descritti tutti non penserà di essere morto. In quel momento muore.
Italo Calvino, Palomar – Come imparare a essere morto, 1983

Corrado Balestrini, anni 32, agente immobiliare. L’ultima visita è fissata per le 19:00, l’appartamento in via Monte Nevoso, al civico 43.
Novembre, e un vento inospitale si fa varco tra le asole dell’impermeabile. L’antifurto di una vettura parcheggiata rimanda un suono ottuso nell’aria ferma, si infila tra le catene cigolanti di un’altalena, uno dei pochi giochi abbandonati del parco autogestito, accompagna il latrare di un cane lontano. Corrado Balestrini trascina i passi, ha una gamba più corta dell’altra, è zoppo a causa di una malformazione congenita. Per questo stenta a camminare, e la cosa che lo fa affaticare di più è cercare di mascherare l’asimmetria della postura. Quando si appoggia al cancello, prende fiato, infila le chiavi nella serratura ed entra nel cortile della palazzina anni cinquanta.
Ha sempre saputo che non avrebbe potuto andare avanti così, di sicuro non per molto. È solo questione di tempo, di giorni. Ha scelto con cura un’altra città, una metropoli anonima in cui sparire nell’aria sintetica della metropolitana, lungo gli argini di un fiume, nei corridoi illuminati al neon di un centro commerciale. Avrebbe dovuto pazientare solo un mese e tutto sarebbe ricominciato da capo. Sarebbe stato facile, almeno all’inizio.
Sale le scale, sei gradini di marmo consumato, pilastri e agavi, e raggiunge il portone, che si schiude rimandando odore di cavolfiore bollito. A stento trattiene un conato, si porta la mano destra alla gola, mentre con la sinistra armeggia con le chiavi nella toppa.

La casa di Anna Lerici, cantante lirica, morta tre anni prima, trasuda morte, odore di chiuso, le serrande abbassate, l’umidità a scarabocchiare le pareti.
I suoi passi si accordano a una goccia che lima la ceramica del lavandino della cucina. Era stato lui, la sera prima, a riaprire il generale dell’acqua per lavarsi le mani, si era dimenticato di chiudere. Quando tira su le leve del contatore, alla sinistra del citofono, si sente lo scoppio di una lampadina, quella del salone. Lo sapeva, ne ha una di riserva in tasca, non è mica la prima volta.
Ha ancora qualche minuto di vantaggio sul cliente, così si lascia andare su una sedia, alla fine del corridoio, a pochi passi dall’ingresso. Porta le mani al viso per cercare di rinvenire la faccia, ritracciare i lineamenti, riconoscersi. Teme di essere impresentabile, e non è bene, ma non ci sono specchi in quella casa, neanche uno.
Sono sei mesi che cerca di liberarsene, un susseguirsi di clienti inutili, chiacchiere a vuoto, piantine catastali e affaccio sul parco. Ricorda ancora la prima volta che ci ha messo piede, dopo i soliti appuntamenti e la riunione delle 19. Era sera, le nove passate. Antonio, un collega, gli aveva allungato le chiavi: — Fatti un giro – aveva detto, – così ti fai un’idea, ti prepari il solito discorsetto, e in tre, al massimo quattro mesi, te la levi dai coglioni.

Corrado si era infilato le chiavi nella tasca dei pantaloni e si era incamminato a piedi. In pizzeria aveva mangiato due supplì e scolato una chiara, tra le bestemmie del pizzaiolo, la televisione accesa e lo strusciare di coltelli del fratello banchista, basso e stempiato, con quel suo modo lezioso di tagliare strisce e infilarle con perizia nei cartoni a portar via, manco fossero figli. Si era incamminato lungo Viale Adriatico, si era acceso una sigaretta che gli aveva illuminato di taglio il viso.

Ora era di nuovo in quell’appartamento, non l’aveva venduto in quattro mesi. I primi tempi aveva disdetto appuntamenti, inventato bugie, accampato scuse. Anna Lerici, che aveva avuto il piacere di incontrare e conoscere di persona, se ne era andata, se ne era occupato lui stesso. Aveva preparato il paletto con la zampa di una vecchia sedia di frassino, una di quelle dell’ingresso; l’aveva limato, sera dopo sera, al ritorno dai suoi giri di lavoro. Quella adesso era la sua tana, il suo rifugio, in uno spazio e un tempo solo suoi, lontano da tutto, in attesa del tempo del sangue. Con il lavoro che faceva era più volte caduto in tentazione, aveva usato gli appuntamenti per adescare vittime, le attirava con la scusa di vedere l’appartamento. Era facile. Li faceva accomodare, accendeva l’interruttore, poi li lasciava lì e usciva con la scusa di aver dimenticato i documenti in macchina, si attardava sul cancello, contava le sbarre, strusciava le mani sul legno del portone, batteva le nocche sul cristallo. Prima di rientrare, si fermava al limitare della soglia, e di solito funzionava. – Signor Balestrini, che fa? Non entra?
Bastava poco. Un invito, una richiesta, anche sgarbata, da chi non ha tempo da perdere, prima che il tempo dell’altro si trasformi, come il suo, in un susseguirsi infinito di attimi, fino a sfilacciarsi e perdere consistenza e significato. Solo allora entrava, trascinando le Duilio sulla greca del pavimento, raggiungeva il salone e, mentre il suo avventore sbirciava nel camino chiedendo Ma funziona?, lui gli si faceva dappresso, alle spalle, tendeva le mani, le unghie lunghe, che non tagliava più, allungava il collo – le vene in rilievo –, e alzava le labbra a scoprire i denti.
Mordeva senza rimorso, nessuna paura, nessun senso di colpa, Corrado mordeva per necessità. Sangue necessario per il suo corpo, sempre più bianco e freddo, che non riusciva quasi più a riconoscere.
Il problema era far sparire i corpi, occultare le tracce, nulla doveva essere lasciato al caso. Lo aveva già fatto con cinque persone, sparizioni giustificate, tutto studiato a tavolino, scartava ogni possibile complicazione. Selezionava e incontrava persone sole, senza famiglia o con i parenti che vivevano in un’altra città. Finora nessun problema, ma quanto sarebbe potuto durare? Era tempo di lasciarsi il passato alle spalle, di cambiare vita.

– Allora? Hai deciso? Sei sicuro?
– Sì, ho già trovato una sistemazione.
– E dove te ne vai?
– Nord, Milano. Ho preso casa in un piccolo centro dell’hinterland.
– E il lavoro?
– Ho un colloquio, giovedì prossimo.
– E levateli ’sti occhiali!
– Ho la congiuntivite, Antonio. Non mi rompere il cazzo.
– Sei sempre il solito, Corra’. Senti, ce lo facciamo un bicchiere stasera? Chiamo pure Irene e gli altri, che dici?
– Mi piacerebbe, ma ho un appuntamento per Via Monte Nevoso, l’ultima visita.
– Ancora il civico 43?
– Già. E per fortuna che me lo dovevo levare dai coglioni in tre mesi.

Anna Lerici (Roma, 3 dicembre 1947 – 18 marzo 2017). Sentì il portone che si richiudeva, la chiave nella serratura. Anna emanava un odore pungente e allo stesso tempo persuasivo, che invitava a entrare. La casa, chiusa da mesi, rimandava un sentore di morte. Era la sua casa, quando si era trasferita lì, era ancora una ragazzina. Da anni, i rumori, anche il minimo scricchiolio, erano i padroni incontrastati. La sera prima era stato quello nuovo a riaprire il generale dell’acqua per lavarsi le mani e si era dimenticato di richiuderlo. Le piaceva, quello nuovo. Il precedente aveva avuto il piacere di incontrarlo mesi prima. Poi le visite si erano interrotte, e da tempo Anna aveva cominciato a sentirsi sola. Quando l’agente riattivò l’interruttore generale, lo vide che si rifugiava nell’ingresso. Sembrava stanco, sudato, camminava male, trascinava una gamba, come fosse affetto da una zoppia conclamata. Si accasciò sulla prima sedia utile, l’anima in legno e la seduta di velluto azzurro. Una macchia scura, come una strisciata, la divideva a metà. Poco male, pensò Anna. Aveva notato che indossava sempre abiti da tintoria, era un tipo ricercato rispetto a quello che lo aveva preceduto. Lo vide tamponarsi la fronte sudata con una manica della giacca, allentarsi le stringhe delle scarpe, perdere un po’ della rigidità nella postura.
Anna era scomparsa cinque anni prima, un’anemia fulminante, un decorso rapido, roba di pochi giorni. All’improvviso, da un giorno all’altro, non ce la faceva neanche a ritagliare il fiato per le passeggiate a Montesacro, il viso ricoperto da uno strato uniforme di biacca, in testa i suoi cappelli o foulard, la sciarpa di seta rossa ben stretta al collo. Alla prima visita l’agente – Corrado, si chiamava, l’aveva sentito mentre parlava al telefono con un collega – aveva rovistato nei cassetti in cerca di sue fotografie, ma non ne aveva trovata neanche una.
Al centro del salone troneggiava un tavolo ovale, circondato da pesanti sedie dallo schienale alto. La stanza, la sua preferita, dove trascorreva gran parte delle giornate, era spaziosa anche se piena di mobili inutili, li avrebbe dovuti buttare via, si disse. Corrado, in piedi, davanti al camino, stava guardando una sua fotografia da giovane. Se lo ricordava ancora il giorno in cui era stata scattata, era identica ad adesso che aveva ingannato lo sfiorire degli anni, la carriera alle spalle senza rimpianti, il carrello della spesa abbandonato nello sgabuzzino, niente più saluti di circostanza tra i banchi del mercato, tra acqua sporca sull’asfalto e interiora di pesce da scacciar le mosche.
– Anna Lerici – disse Corrado, come se Anna fosse accanto a lui. Lo pronunciò a voce alta, in attesa di ricevere risposta.
Fu allora che la luce proveniente dal lampadario di cristallo si affievolì, una lampadina scoppiò all’improvviso, mentre la porta del salone si richiuse cigolando come sospinta da un vento invisibile. Corrado non si scompose. Anna pensò che era abituato ai rumori che regnavano nelle case vuote. E anche lei era sempre stata convinta che in quelle case qualcosa di chi le aveva abitate avesse lasciato un segno indelebile, come un marchio, che si appropriava delle pareti, dei mobili, senza rimedio.
Anna si avvicinò piano e gli soffiò sul collo. Corrado si strinse nelle spalle, un brivido gli disegnò la spina dorsale. Quando si voltò con pigra lentezza, Anna era lì. Era giovane, forse trentacinque anni, al massimo quaranta, anche se lo strato di biacca che le ricopriva il viso le alterava i lineamenti fino a renderli grotteschi, esasperati. Aveva le labbra tirate, sottili, di un rosso vivido, le sopracciglia erano quasi inesistenti rianimate da un tratto incerto di matita. Aveva un’aria sofferente e allo stesso tempo lasciva, come se il tempo e lo spazio, il qui e ora, fossero scivolati via per confondersi in una corrente continua, ininterrotta. Corrado, chiamando il suo nome, l’aveva invitata a entrare, l’aveva spinta a tornare, di nuovo, l’aveva chiamata a sé.
– Corrado.
Una voce graffiante, di puntina trascinata su un vecchio vinile, una voce suadente, che faceva paura e allo stesso tempo accendeva un desiderio oscuro.
– Signora Lerici.
– No, solo Anna. Ti aspettavo. Seguimi.
Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Anna lo prese per mano, e lui si lasciò trascinare in cucina. Il bollitore sul fuoco iniziò a fischiare, e Corrado si chiese come mai ci fosse ancora gas in quell’appartamento chiuso da anni. Il servizio da tè era in ordine sul piano di formica verde, il bricco per il latte e il limone a spicchi in un piattino.
– Accomodati, prego.
Corrado si lasciò andare, come se la stanchezza di quella vita al metro quadro gli fosse piombata addosso tutta in una volta, tutti quegli anni buttati tra piantine, catasto e bugie, a vendere dependance di eternit e garage allagati dalle prime piogge autunnali, a imbonire poveri cristi con mutui irraggiungibili, a spingere vecchie proprietarie a ipotecare case e pensioni.
Corrado il suo lavoro lo sapeva fare bene, era un uomo senza scrupoli. La cosa brutta era che, quasi da subito, si era accontentato, andava bene così.
Anna servì il tè in silenzio, solo l’infrangersi di chicchere e cucchiaini.
– Zucchero?
– Uno, grazie.
– Latte o limone?
– Limone.
Corrado bevve in silenzio, raccolto nei propri pensieri. Anna lo raggiunse, l’indice sotto il mento per fargli alzare la testa, in cerca dello sguardo. Si inginocchiò ai suoi piedi, gli prese le mani, palmo su dorso e, dalle ginocchia, le fece scorrere, insieme alle sue, come a saggiare il tessuto del completo buono di vigogna. Inarcò la schiena con un gesto teatrale e si piegò in avanti, la lingua a lambire la chiusura lampo dei pantaloni.
Corrado ripensò a quella volta al mare. Aveva dodici anni e si era spinto troppo al largo. Aveva rischiato di affogare, travolto dalle onde, trascinato dalla corrente, si era perso il costume e alla fine, quando era riuscito a guadagnare la riva, era nudo come un verme. Era stata più vergogna che paura, alla fine. Anna, che vedeva i suoi ricordi come i fotogrammi di un film, tirò le labbra in un sorriso.

(Cristina Pasqua)

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