Racconti

Racconto: “Batrace” di Riccardo Zuliani

«Se fosse estate e avesse piovuto il giorno prima, allora sarebbero innumerevoli planimetrie di batraci stampati sull’asfalto (…)»

Vitaliano Trevisan, I quindicimila passi

Che sia singolare la natura plurima di un sostantivo singolare, a meno che non ci si intenda sull’accezione con cui singolare è comparso in prima battuta, non risulta acclarato d’avance: il dilemma, che potremmo quasi battezzare aporia, consiste nell’azzuffata a mezzo tra morfologico e semantico che potrebbe scaturire dall’incontro fra i suschizzati attanti. Nessun dubbio, invero, che un fatto di rilievo possa dirsi singolare: urge tuttavolta l’intervento d’un garante che assicuri in primis sulla soprabbozzata rilevanza, ensuite sulla conciliabilità, a norma di galateo grammaticale, tra appartenenze numeriche divergenti e, per questa stessa cagione, contrapposte.

In breve, può essere singolare la natura multipla d’un sostantivo? A patto che i cavillatori siano bannati, e che al primo singolare s’alleghi un fatto, proclamiamo con gaudio sommo e compassata risolutezza che sì, può. Superato che è l’esame di buona creanza, possiamo vidimarci all’enunciazione dell’oggetto: ché, in effetti, non sarà liquidata fino in fondo, la vicenda prefatoria, prima che a illuminare di luce après-coup il nostro rovello non s’affacci il protagonista indiscusso della scrizione: ça va sans dire, il batrace.

Il quale batrace, non appena si sarà dischiuso il quaderno delle proprie memorie liceali, ponendo riguardo al paragrafo su gli inobliabili della letteratura -il medesimo che reca in sottotitolazione la scritta: poiché obliandi, astrusi, erti, bislacchi -, acquisterà tutta l’autonomia che i Paralipomeni della Batracomiomachia, proprio perché selvosi e balzani, quella volta gli avevano negata. Se, a quel tempo, rilevava la sua funzione di membro fonico e asemantico d’un collettivo mirabolante, oggi, restituito alla sua integrità di individuo, può spiccare per quello che è: ma appunto, di cosa stiamo parlando?

A condizione che la memoria non c’inganni, poco fa s’è accennato alla presunta e riacquistata integrità del batrace, integrità che in certo modo cozzerebbe con la strascicatissima introduzione che c’ha condotti dove siamo, e donde saremmo ben lieti di ripartire.
Per scongiurare ogni non preventivato indugio, solerti raschiamo via l’integrità di poc’anzi: il batrace s’è, sì, disimpegnato da tanto assordante congerie di foni, ma non per questo s’è ritrovato monolite unicellulato, elemento univoco e inequivocabile. È al contrario un essere scisso, travagliato di dentro, in perenne tenzone con sé medesimo: ha ottenuto l’autonomia al prezzo dell’integrità, scoprendosi al contempo uno e bino. Un’esistenza dolorosa, alfine, la sua? Io non credo. Ché, smascherando la propria doppiezza, o dualità, può arrivare all’individuo di credersi Dio, nella prima evenienza, oppure di venire a patti col proprio abisso, e disvelare un’ulteriorità cui nemmeno i più fini prestidigitatori della psiche…

Perché tutto fili ammodo, comunque, è necessario che le due parti di cui l’essere si compone trovino un accordo, o un punto d’incontro, che sia più o meno conciliatorio, più o meno soddisfacente.
Nel caso del nostro animale, diciamocelo subito, le cose si sono orientate bene sin dall’inizio: se infatti, nel mondo che ci circuisce, la rana è rana, e il rospo e rospo, al batrace è capitato d’essere entrambi.

Sissignori, gettate pure il Cotton fioc: avete inteso bene. Ogni buonanima deve penare una vita e più per trovare il contrappunto di un’altra, e ‘sto miracolato del batrace può serenamente restarsene a oziare, ché tanto troverà l’amore in onanistico solipsismo.
La quale constatazione di complementarietà, ora, non potrà far altro che rimettere in gioco, magari risolvendolo una volta per tutte, il grattacapo introduttivo: è singolare, codesta pluraleggiante dizione?

Posto che in nulla, come nel sentimento corrisposto, si dà la completa mistione degli individui, tanto aderente da annichilire, sì combaciante da restituire la coppia -pel mezzo dell’amplesso – all’Androgino che fu, risulta ostico – se non del tutto improprio – detrarre dalla fusione in parola di rana e rospo il loro collaterale smarrimento identitario. I due, che si sono intrecciati sì bene da colliquare in uno, forse non sono più da considerarsi doppi: è l’unità della coppia, a importare.

Conguagliando in fretta e furia i dati accumulati, ne viene fuori che il termine quivi sviscerato, comportando l’avviluppo sincretico dei suoi membri, è singolare a motivo della sua singolarità: la quale è totale e monolitica. Integrale come poche altre. Sì.

Se vogliamo, il batrace, che pure viene prima, è come fosse il figlio di rana e rospo: il prodotto della loro convergenza: il frutto di purissimo amor.
Potremmo farne quasi il sinonimo di ogni desiderio sfociato in passione, di ogni passione maturata sino a gemmare; col merito speciale, in sovrappiù, di trasudare concretezza, vitalità, natura vera: la reificazione d’un concetto iperuranico – per tentare l’apoftegma.
Non male, dopotutto, il Nostro.
Direi anzi sensazionale.

A patto, beninteso, che quella volta, da bambini, ce l’abbiano raccontata giusta. Voglio dire: tutto marcia a meraviglia, nel nostro aboutissement di convergenze, fintantoché gli attori principali, la rana e il rospo, permangono ciò che ce li siamo rappresentati: ossia l’uno il completamento dell’altra. O, ancor più frugalmente: l’uno il maschio, l’altra la femmina. Ché, qualora la nostra idea si appalesasse – disgraziatamente – per fola da libri illustrati, e si comprendesse che il rospo, con la rana, non c’ha nulla a che spartire, se non lo stagno, e magari neanche quello, o magari anche sì, ma conflittualmente, noi, e con noi il batrace, ci troveremmo in un bordello senza pari: non solo la rana e il rospo non si completerebbero in armonia di connubio, ma potrebbero fino provocarsi a vicenda, e combattersi, e ferirsi, senza pacificare mai. In tal caso saremmo per l’ennesima volta costretti a reintrodurre l’introduzione, per disbrigarla con responso alterato: fatto singolare per essere nient’affatto singolare: dunque meno e più singolare che non si credesse!

O, quantomeno, rilevante per la sua tanto metamorfica plurivocità. Sempreché, santiddio, rana e rospo non si odino così tanto da arrivare sino all’omicidio reciproco: al doppio scancellamento. Così fosse, dico, così fosse, dei due membri del composto non rimarrebbe granché, e a trionfare, inscalfibile, monolitico, svettante, sarebbe l’unico e archetipico batrace. Il quale, così redento, potrebbe cercarsi una compagna, e magari proliferare.
Avuto modo di tastare la sua docilità, apprezzata al postutto la sua educazione, mi chiedo: perché non augurarglielo, infine?

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