Racconto: “Ritorno a casa” di Marco Tosi

Quando le porte si aprirono ebbe la curiosa sensazione di entrare piuttosto che uscire.

“Giornata tranquilla in ufficio, il telefono non ha mai squillato” pensò Antonio Baldini uscendo dalla B1, il trenino urbano che lo portava ogni sera alla periferia nord-ovest della città. Il vagone era stranamente vuoto e Baldini si era appisolato un po’.

Il vento era molto forte, si alzò il bavero della giacca e imboccò la strada per il parco, oltre il quale sorgevano le prime case del quartiere dove abitava da pochi mesi. Non si era ancora adattato all’idea di essersi trasferito, e a volte pensava di aver preso la decisione sbagliata.

Camminare sulla terra e sull’erba non era piacevole, sotto la pioggia e attraversando il vento contrario. L’oscurità era quasi totale. Baldini odiava quella combinazione e teneva un passo veloce, stando attento alle pozzanghere.

A quell’ora era solito percorrere il viale insieme a molti altri, anche loro provenienti dal treno e diretti a casa. Quella sera però era solo. Se ne rese conto arrivato a metà strada, quando un ramo di quercia cadde a terra, finendo con fragore in una pozzanghera. Baldini si spaventò e sentì il bisogno di commentare con qualche compagno di strada. Fu allora che si fermò e fece un giro su se stesso. – Strano – pensò – a quest’ora siamo in tanti.

Il vento aumentava e i mulinelli di foglie lo affiancavano, a volte lo seguivano. La cosa non gli piaceva. Era zuppo e infreddolito e cominciava a pregustare il caldo della doccia e il pigiama asciutto. Avrebbe dovuto fare tutto da solo. A casa non avrebbe trovato nessuno ad aspettare, ormai erano due anni.

La parte rettilinea del viale era finita e iniziava ora una serie di piccole curve che culminavano nel giro del laghetto, oltre il quale restava da percorrere una ripida ma piccola salita, poi le case.

Baldini ascoltava il suono delle sue scarpe nel fango, misto al ticchettio della pioggia sulle parti metalliche delle panchine. Giunse al laghetto e cominciò a girargli attorno. L’acqua sembrava una pelliccia di qualche animale sconosciuto, lucida e nera.

Cercò di non guardarla, e sentì un brivido lungo la schiena. Nessuna traccia delle anatre, un silenzio totale, ad eccezione del crepitio dell’acqua e dei lamenti del vento tra gli alberi, tutto intorno a lui.

Baldini si fermò. Impietrito, diresse lentamente lo sguardo alla sua destra, muovendo solo la testa. Affiorante dall’acqua nera, al centro del laghetto, aveva scorto qualcosa, troppo piccola per essere un uomo e troppo grande per essere un’anatra. La pioggia era aumentata e il vento la spruzzava quasi orizzontale sul suo viso. In quel punto del parco i lampioni non funzionavano e il buio era pece nera, catrame denso e freddo.

Baldini strinse i pugni e fece per proseguire, ma quella cosa lo chiamò. Riconobbe quella voce. Non la sentiva da più di trent’anni, sbarrò gli occhi. Poi un lampo illuminò la scena a giorno: laghetto, alberi, panchine. Persone.

Baldini portò la mano alla bocca, indietreggiò e si guardò attorno. Uomini, donne, bambini, anziani. Seduti, in piedi, lontani, vicinissimi, ovunque. Quei volti lo osservavano muti e lui ne riconobbe molti, soprattutto i bambini. Poi diresse lo sguardo al centro del laghetto, chiuse gli occhi, li riaprì.

Accanto a lui un uomo si alzò da una panchina lasciando un posto libero. Antonio si sedette, le mani sulle ginocchia.

 

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