Racconto: “Praticamente tascabile” di Francesca Chiappalone

Ecco, se hai aperto la busta e stai leggendo vuol dire che sei entrato in casa, bene.

So che ti sembra strano ricevere una lettera da me, stamattina mi hai visto e non avevo nulla da dirti, in realtà puoi prenderlo come un foglietto illustrativo se ti suona meglio, ma credimi se ti dico che è importante e che devi leggerlo con attenzione.

Vai a sederti sul divano per favore, non fare nulla, non andare altrove per ora, siediti sul divano e basta. So che hai fatto la spesa e vorresti sistemarla, vorresti andare in camera, come fai ogni volta che rientri, togliere le scarpe e i pantaloni, con quella cinghia che stringe e che a fine giornata diventa insopportabile, e ti prometto che dopo potrai fare tutto quello che vuoi, ma adesso ascoltami.

Ora ti racconterò una cosa e dovrai cercare di credermi, anche se ciò che leggerai ti sembrerà un delirio psicotico. Ti ricordi quando sono fuggita dal colloquio con il professore di storia medievale? O quando non ce l’ho fatta ad assistere alla partita, e tu mi hai cercato inutilmente tra le persone sulle gradinate? Ne abbiamo parlato, e non una volta sola, mi conosci, sai che basta poco per bucare la mia autostima come un palloncino e alla fine, mentre mimavi le mie corse, ci abbiamo anche riso sopra.

La situazione però col tempo non è cambiata, quel palloncino è rimasto un palloncino, e sono sopraggiunti degli effetti indesiderati che ho cercato di nascondere. Non volevo mentire, tanto meno a te, ma mi vergognavo. Però adesso te lo dico, va bene?

A me alle volte succede una cosa. Divento piccola, molto piccola, praticamente tascabile, e il posto in cui mi trovo, qualsiasi esso sia, sbiadisce. Le pareti, se ci sono, sfumano lentamente, bianche, gialle, azzurre, non importa, e i quadri vengono inghiottiti dai colori che qualcuno, un giorno, ha deciso stessero bene in quella stanza. E se sono fuori è lo stesso, gli alberi, le strade, la panchina che mi ospita momentaneamente, ogni porzione di vita che mi circonda si appanna, qualcuno ci alita sopra e si appanna.

Mi ritrovo in un angolo e ci vuole un po’ prima di riuscire a tornare dove ero, del resto non si sa mai quanto possono durare l’umiliazione e la vergogna. Tutto è quasi completamente buio, irriconoscibile, vuoto.

L’altezza però diventa un ottimo indicatore per me: appena mi sento rimpicciolire capisco che devo scappare prima che sia troppo tardi. Se riesco a farcela, se corro subito, niente sbiadisce e i miei centimetri tornano al loro posto. Le gambe formicolano a lungo, ma per fortuna smettono subito di essere lunghe come due cucchiaini, il cuore si calma in fretta, è solo per il rossore in faccia che devo avere pazienza, le mie guance ci mettono sempre molto tempo a tornare normali.

Lo so cosa stai pensando, non lavoro abbastanza su me stessa, non guardo le mie qualità, dovrei dare voce ai miei talenti, esserne consapevole quanto lo sono dei miei fallimenti. L’hai già detto più volte e hai ragione, è tutto vero amore mio, ma la fiducia che ho in me ha la forma di un angolo retto, e davvero è quasi tutto buio quando mi trovo là, con le spalle appoggiate a quel niente che mi credo di essere. Quindi quando ti dico che rimpicciolisco non gioco con le parole, non sto cercando una figura retorica che renda nel modo più giusto la mia difficoltà, io davvero divento piccola.

Per cui adesso, quando finirai di leggere e poserai il foglio, non muoverti e resta calmo, perché sono qua, con te, e ci vorrà almeno un’altra ora prima di tornare alla mia dimensione normale. Per favore, stai attento, sono vicina al tuo piede sinistro, non calpestarmi.

2 comments

  1. Ho trovato il racconto molto accattivante e capace di rendere al meglio la sensazione di smarrimento della protagonista. La capacità di esprimere l’universo nascosto nel profondo dell’esistenza di una giovane del nostro tempo è un altro grande valore aggiunto di questo racconto. Brava Francesca.

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