Racconto: “Il gigante nano” di Angelo Zabaglio

Ogni giorno uscendo da scuola, i bambini andavano a giocare nel giardino del gigante nano.
Il gigante nano era un gigante cattivo alto circa un metro e ottantacinque che spaventava i bambini perché era un gigante cattivo nonostante fosse nano.

Nel suo giardino era sempre inverno tranne in quei pochi minuti che erano riusciti a entrare i bambini per giocare. Loro portavano la primavera e ogni tanto anche l’estate.

In quel tempo la neve coprì il prato con un manto bianco alto quasi venti centimetri, che era più o meno l’altezza del cane bassotto gigante del gigante nano, un animale a quattro zampe con una voglia di Hello Kitty tra gli occhi. E la primavera si dimenticò di nascere quell’anno, così come gli anni successivi. Ma dove i bambini giocavano allegri e senza pensieri la primavera sbocciò con il suo sole accecante e il suo venticello che passando dietro la nuca poteva portare torcicollo e nei casi più gravi nausea, mal di testa, secchezza delle fauci e deperimento.

“Spero che il tempo cambi presto” pensava a voce alta il gigante nano senza aprire bocca. Ma la primavera non sbocciò mai, nemmeno negli anni successivi e mai e mai e poi mai e ancora mai.

A una certa la grandine smise di danzare, la neve di ballare, il vento freddo di bere e la pioggia di calarsi di mdma e una leggera brezza calda volteggiò leggiadra come un fazzolettino di carta nella stanza del gigante nano che dormiva beato nel suo lettone da gigante da una piazza e mezza francese.

Quale stupore nel vedere che i bambini erano riusciti a entrare nel giardino avendo portato la gioia e soprattutto la primavera. Ma il gigante nano cattivo scese le scale del palazzo e si mise a urlare fuori la porta del castello scacciando tutti i bambini. Solo uno, il più piccolo di tutti, rimase in fondo al giardino, vicino a un albero di pere dove era solito pisciare il cane del gigante nano. Il gigante nano prese a correre verso il bambino con lo sguardo pieno di sangue e gli occhi del diavolo ma il bambino, che voleva solo salire sopra a un ramo per raccogliere una pera, non ebbe paura di lui e il gigante nano andò in tilt, s’intenerì e sollevò il bambino verso il ramo aiutandolo nella sua impresa.

Il bambino gli diede un bacio sul naso e lo abbracciò e allora il gigante nano capì che non era cattivo e che, come diceva sempre il suo cane: “A far del bene si sta meglio”.

Da quel giorno disse ai bambini: “Bambini, questo giardino è vostro! Venite a giocarci quando volete, basta che dopo mettete tutto a posto”. E da quel giorno la primavera sbocciò sempre, pure d’estate. Era sempre primavera, che dopo un po’ uno si stufava pure. Purtroppo però il bambino che aveva baciato il gigante nano non tornò più a giocare. Il gigante nano chiedeva: “Avete visto il vostro amichetto piccolo? Quello che gli piace l’odore di piscio. Perché non viene più a giocare con voi?”, ma nessuno sapeva niente di lui e nessuno pare lo conoscesse, e allora il gigante nano ci rimase male perché era il suo preferito perché gli aveva dato un bacetto che era una cosa che non gli era mai successa in settant’anni di carriera nel mondo dei giganti nani.

Dopo anni e anni, quando ormai le speranze erano finite, il gigante nano vide arrivare il suo bambino preferito da lontano. Sul corpo aveva evidenti ferite sparse su tutto il corpo tra le varie ferite che aveva sul corpo. Sulle mani, sui ginocchi, su alcuni capelli, sulle orecchie. “Chi ha osato ferirti?” urlò al cielo il gigante nano.

“Non importa chi mi ha ferito, l’importante è che ora ti ho ritrovato… vieni con me ora, vieni in paradiso”. “Ma chi sei tu?” domandò il gigante nano come a far finta di non capire.

“Sono la morte e tu mi hai aiutato, ora vieni con me”. Allora il gigante nano disse torno subito e tornò in casa, prese una spada e uccise tutti i bambini trafiggendoli per la rabbia. E pure il cane che si era sbagliato a dare consigli. “Ora sono pronto” disse, e seguì la morte verso l’oltretomba dove incontrò pure l’anima di Oscar Wilde che si trovava lì perché era un femminiello.

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