Racconto: “Seconda visione” di Cristina Pasqua

Nella semioscurità della sala il fumo si annoda al fascio di luce che fuoriesce dalla cabina di proiezione. È seduto in ultima fila, quella da tre poltrone. Carlo va sempre al cinema da solo, si nasconde nel buio. Ombra tra le ombre, per un’ora e mezza non pensa che a collezionare storie, a fare proprie le vite degli altri. Sullo schermo si rincorrono le immagini del secondo capitolo di un film di animazione. I colori sono così sgargianti che sembrano fagocitare il buio della sala; molti posti sono vuoti, la maggior parte è occupata da bambini, i più grandi sui dodici anni. C’è anche qualche adulto, ma di solito proiezioni come questa attirano torme di ragazzini alle prime uscite da soli.

Carlo ricorda che, fino alla fine degli anni settanta, questo Municipio vantava sei sale. L’Antares era sopravvissuto per miracolo alla speculazione edilizia, mentre gli altri proiettori si erano spenti uno dopo l’altro. Il cinema-teatro Espero, declassato a grande magazzino, per poi finire in non luogo di numeri e cartelle e slot a basso costo; l’Aureo passato da studio di post-produzione a saracinesca abbassata dagli anni novanta; l’Aniene da sala di seconda visione – Carlo ricordava di averci visto Il Gattopardo – a cinema a luci rosse, da sala da biliardo a club privato, da occupazione a chiusura; l’Astra, un maestoso cinema d’essai con un debole per i film musicali e di genere, era stato abbandonato alla polvere, spazzata via, dopo lustri, da un’occupazione che aveva dato casa a chi ne aveva bisogno nelle palazzine adiacenti e ridato vita alla sala con concerti, manifestazioni, spettacoli. Drogati, diceva il macellaio, ma Carlo non la pensava così. Poi c’era stato lo sgombero, e la sala era ritornata cenere; il Giardino di Piazza Vulture, il cinema più scomodo d’Europa, torcicollo di poltrone e schermo sghembi. L’Antares era una mosca bianca, l’unica sala sopravvissuta agli anni ottanta, declassata prima a sala prove della banda della Finanza, poi sventrata in multisala e infine riaperta al pubblico. Quando era un ragazzo, ricorda Carlo, il soffitto dell’Antares si squarciava sulle notti d’estate; d’inverno era cinema e da giugno accorciava la distanza con il cielo per trasformarsi in arena. A quei tempi non era ancora vietato fumare in sala e il fascio di luce che proveniva dalla cabina di proiezione si univa ai rivoli di fumo delle sigarette, creando una nebbia indistinta che recludeva gli spettatori in un limbo di possibilità. Quando, durante l’intervallo, gli occhi si riappropriavano della luce, ci si metteva in fila davanti all’omino dei gelati. C’era meno plastica, tutto sembrava meno scontato. Questo pensa Carlo, mentre aspira forte. Pensa che quei pomeriggi al cinema siano una vera benedizione, nonostante il chiacchiericcio continuo dei bambini, le luci dei cellulari che si rincorrono al buio, l’odore di popcorn e il risucchiare di cannucce dai fondi di bicchiere. Eludendo la pratica dei biglietti numerati, aspetta che si spengano le luci per cercare un posto in ultima fila e vivere appieno il nuovo equilibrio sancito da primo e secondo tempo.

Da quando sua madre è morta, i giorni si susseguono tutti uguali e quello che prima era odiosa incombenza, ora ritorna sotto forma di nostalgia, nella solitudine di cibi precotti e dei minuti scanditi dal timer del microonde. Tranne lui e le mosche, non abita più nessuno nel villino dei glicini. Un’enorme casa vuota, tra divani coperti da lenzuola e specchi che non rimandano altro riflesso al di fuori del suo, un uomo alto e sgraziato, privo di proporzioni, irregolarmente ingobbito dagli anni. Il bastone, che prima era di suo nonno, poi di suo padre, lo accompagna ogni giorno sugli stessi marciapiedi di sempre, dove nelle fughe del selciato rintraccia quello che poteva essere e non era stato, marito e padre, a rincorrere il tempo nelle messe in piega di sua moglie e nei primi denti da latte di figli immaginari. Il sogno di una vita regolare e regolata, la scuola in inverno e a giugno la pensione in riviera, lo stabilimento e la cabina, le onde a misurare il tempo e l’odore di salmastro che libera le narici e ossigena i polmoni. Nella sceneggiatura della sua vita qualcosa era andato storto; una regia di scavalcamenti di campo e dissolvenze in nero. Ogni mattina, come al calare del sole, Carlo forza la solitudine, si tira portoncino e cancello alle spalle e traccia itinerari sbilenchi, vinto dall’odore di tigli a maggio, o trascinando l’aritmia del passo su tappeti di foglie secche nel rigore delle prime giornate corte. Il maestro elementare era stata una vocazione più che un lavoro, la sua chiamata alle armi, visto che dal servizio militare l’avevano riformato per un difetto di vista. Anni e anni a scivolare tra i banchi, la matita rossa in equilibrio sull’orecchio sinistro, quel vezzo che faceva tanto ridere sua madre. Sembri un panettiere, figlio mio, diceva Adele, ignara del fatto che oltre alle sale, nel quartiere, anche i negozi di generi alimentari e le altre botteghe avevano seguito la stessa fine. Ogni sera, dopo che Olga, la badante rumena, l’aveva coricata, Carlo si sedeva di sguincio sul copriletto di ciniglia e inventava storie che coinvolgevano personaggi, non più persone, perché da anni erano finite ai vermi. Negozianti che avevano chiuso bottega ma che, nell’universo di finzione di Carlo, continuavano ad affettare prosciutti a mano, il filo della lama tagliente come la lingua, o l’emporio, quello che tutti chiamavano il Carbonaio, dove le cognate, per assurdo identiche come due gocce d’acqua, vendevano dai detersivi alle palline di naftalina; aneddoti in re minore che sforbiciavano la vita di amiche e conoscenti di sua madre da anni di stanza al camposanto. E mentre una sera protagonista era Costanza, la sarta, che per la terza volta aveva sbagliato l’orlo del tailleur buono della signora Mastrangeli mandandola su tutte le furie, il giorno dopo toccava alla signora Rizzi, inconsolabile per la scomparsa prematura della piccola Liliana e, a seguire, arrivava il turno del commendator Possenti, gemelli e baffi arrotolati da prese di tabacco, che era riuscito a portare a compimento una manovrina delle sue per far entrare alla scuola di danza del Teatro dell’Opera la nipote di Marica Tagliaferri. Sua madre sembrava rinfrancata nel sentir fluire tutta quella vita, diverbi senza importanza che per lei erano oramai diventati il sale delle sue giornate. Carlo ogni sera ne orchestrava diverse, corti o mediometraggi di vita quotidiana, niente di troppo allegro ma neanche di troppo drammatico, quel giusto equilibrio che faceva tirare le labbra ad Adele e le favoriva il sonno. Quando era stato costretto ad andare in pensione, le storie della buonanotte avevano cominciato a far la ruggine. Adele se ne era accorta e fingeva di prendere sonno prima, si girava di fianco e respirava forte. Quando era tramontato anche il tempo delle ripetizioni, i suoi racconti avevano preso una vena agra, erano diventati scialbi e incolore. Per questo aveva cominciato ad andare al cinema, cosa che non faceva più da tanti anni. Prima una volta ogni tanto, poi con regolarità ogni settimana. Gli capitava anche di rivedere lo stesso film, perché la programmazione della sala prevedeva che se era un successo di botteghino si teneva anche per quindici giorni di seguito. La mattina del giovedì, quando di solito cambiavano film, ritardava l’uscita per vedere i nuovi flani. Così le storie che raccontava ad Adele erano commedie di stampo borghese, dove Carlo cambiava solo nome ai personaggi, inserendo in sceneggiatura il campionario di conoscenze di sua madre. Delle volte si trovava costretto a imbrigliare trame di fantascienza in un fosco quotidiano, inventando articoli di giornale e nuove frontiere della scienza. Adele era sempre più scettica, e più le storie prendevano contorni imprevedibili, più la malattia si impossessava del suo corpo. Quando chiedeva spiegazioni, Carlo spesso si trovava costretto ad arrendersi all’impossibilità di continuare quel gioco. L’inverno che le ragazze avevano cominciato a tingersi i capelli di bianco e a farsi cachet viola o azzurri, come era solita fare Adele passata la mezza età, sua madre tirò su le lenzuola e morì. Una sera di novembre prese sonno, si girò su un fianco e smise semplicemente di respirare. All’inizio per Carlo fu un sollievo. Non era stato facile in quei lunghi anni, nonostante i risparmi in banca, pagare Olga per tutte quelle ore, e poi non ne poteva proprio più di vedere sua madre appassire come un fiore reciso. A Carlo era anche passata la voglia di raccontare storie, pensava fosse arrivato il tempo di ascoltare, ma non c’era nessuno la sera a rimboccargli le coperte e a soffiargli nelle orecchie le vite degli altri. La sua, di vita, decise di continuarla sul grande schermo. Evitava la sala grande alla quale preferiva quella piccola, più defilata e silenziosa. Si sedeva in fondo e, quando le luci erano spente e il film aveva preso il suo ritmo, si accendeva una sigaretta. Non dava fastidio ad anima viva, chi vuoi che ci faccia caso?, si ripeteva, anche se l’odore di fumo impregnava le poltrone e tracciava traiettorie e fantasmagorie nell’aria ferma. In fondo, non se ne era mai accorto nessuno di questa piccola libertà, alla quale proprio non riusciva a rinunciare. Tanto gli bastava: il primo spettacolo del pomeriggio, la spesa al supermercato a seguire, e gli scuri chiusi per le sette di sera. Solo altri due mesi prima che i nuovi proprietari iniziassero i lavori di ristrutturazione del villino. Era riuscito a venderlo in tempi brevi, un affare inaspettato che lo avrebbe portato lontano da tutte le sue cose, e forse, in fondo, anche se non era più tempo per ricominciare, sarebbe stato meno doloroso così.

– Ma che, sta fumando?

Era stata una donna della penultima fila a parlare. Carlo si era spinto indietro sulla seduta e aveva abbassato la mano con la sigaretta ad altezza bracciolo per nasconderla alla vista.

– Dico a lei, sta fumando?

La donna lo fissava, rischiarata dai raggi provenienti dalla cabina di proiezione. Anche quelli della fila davanti avevano cominciato a girarsi a intervalli regolari e a guardarlo. Carlo non riusciva a leggere disapprovazione sui loro volti, ma la percepiva come se una colata di gesso lo avesse immobilizzato sulla poltrona.

– Che fa, non risponde? Sta fumando? Ma come si permette? Non li vede i bambini? Che non lo sa che è vietato?

La voce incrinata era riecheggiata nella sala distogliendo tutti gli spettatori dalla visione. Dopo che la donna aveva continuato a rimproverarlo senza ottenere risposta, alla fine una ragazzina si era alzata ed era sparita dietro le tende rosse dell’entrata.

Nell’intervallo della sua assenza, la donna aveva continuato a berciare e, con lei, un chiacchiericcio indistinto aveva circondato Carlo di male parole, di insulti, perfino. Sembra un pedofilo, aveva detto un signore seduto in quarta fila. Che esempio che danno questi vecchi, gli aveva risposto di rimando, con uno strano accento straniero, la donna che gli sedeva accanto. I bambini ridevano e si davano di gomito, uno si era infilato la cannuccia in bocca e aveva finto di aspirare da una sigaretta immaginaria. Carlo aveva scelto il silenzio, non aveva proferito parola e questo lo aveva reso ancora più strano agli occhi dei presenti. Poi era arrivato l’omino della biglietteria e, senza tante cortesie, l’aveva invitato a uscire. Così Carlo se ne era andato. Non aveva neanche preso il latte e fatto la spesa. Quella sera sarebbe andato a letto senza cena.

Tra due mesi Carlo compirà settantadue anni, si accorcerà i baffi, aggiusterà il tono dei capelli con un bagno di colore Pantene e cambierà quartiere. Ha già trovato un monolocale in una zona periferica. L’unica cosa importante è che ci sia una sala vicina, raggiungibile a piedi, e che ci sia posto per lui in ultima fila.

2 comments

  1. ‘giorno,grazie infinite, ma non era per marzo? mi sa che la proposta articolo sul sito di Grande come una città non vi ha entusiasmat… fatemi saper.mi sembrava, il vostro, un punto di vista molto interessante, e al resto della redazione la mia proposta era piaciuta.  un abbraccio forte e graz ancor,cri

    From: Blogorilla Sapiens To: cri_pasqua@yahoo.com Sent: Wednesday, February 27, 2019 10:28 PM Subject: [New post] Racconto: “Seconda visione” di Cristina Pasqua #yiv8403321241 a:hover {color:red;}#yiv8403321241 a {text-decoration:none;color:#0088cc;}#yiv8403321241 a.yiv8403321241primaryactionlink:link, #yiv8403321241 a.yiv8403321241primaryactionlink:visited {background-color:#2585B2;color:#fff;}#yiv8403321241 a.yiv8403321241primaryactionlink:hover, #yiv8403321241 a.yiv8403321241primaryactionlink:active {background-color:#11729E !important;color:#fff !important;}#yiv8403321241 WordPress.com | gorillasapiens posted: “Nella semioscurità della sala il fumo si annoda al fascio di luce che fuoriesce dalla cabina di proiezione. È seduto in ultima fila, quella da tre poltrone. Carlo va sempre al cinema da solo, si nasconde nel buio. Ombra tra le ombre, per un’ora e mezza no” | |

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