Blogorilla Sapiens – Il blog di Gorilla Sapiens Edizioni

Gorilla Sapiens Edizioni è una piccola casa editrice indipendente di Roma (sito ufficiale: www.gorillasapiensedizioni.com). Questo blog raccoglie racconti, articoli, rubriche degli autori Gorilla Sapiens.

… da Gorilla Sapiens Edizioni: “Castelli di carte” di Stefano Casacca

CasaccaBLOG

[…] Quando Liber girò la chiave nella serratura di casa, la sensazione più forte che Amanda ricordò, dopo essere entrata, fu quella di sentirsi osservata dalle cose. Soprammobili, gingilli, vecchi orologi a lancette di tutte le fogge ed epoche, pezzi di capodimonte, ninnoli, angioletti di gesso. Turbata dall’accumulo di oggetti tanto differenti pensò dapprima che non fosse quell’uomo ad abitare la casa. Cercò la semplicità che sentiva di potergli riconoscere, non la trovò. Bastò invece che guardasse lui, anziché le cose che popolavano gli spazi orizzontali dei mobili, e tutto fu chiaro. Liber mostrava una tale distensione del viso, una tale complicità con lo spazio breve del corridoio d’entrata – le era ruotato attorno come se nulla fosse – da offrire l’impressione di abitare quella casa da sempre. Poi Liber l’accompagnò in soggiorno: lui avrebbe fatto una doccia. La faccio ogni mercoledì alle sei, disse per scusarsi.
Il soggiorno era ampio. Amanda saggiò la morbidezza del divano prima di sedersi, e guardò. Sugli scaffali in noce, dalla parte opposta alla sua, c’erano file di libri che denotavano gusti alquanto eterogenei. Si alzò, incuriosita. Graham Greene accanto a George Orwell ma anche a Carlo Emilio Gadda. Ray Bradbury e Raymond Carver. Beppe Fenoglio. Il primo volumetto, in alto a sinistra, era il Tristram Shandy di Laurence Sterne. L’ultimo in basso a destra, Il profumo di Patrick Süskind. La stanza è porzione della casa, non va considerata sempre una metonimia, cioè una parte per il tutto. Non è detto che il soggiorno sia specchio della camera da letto e tutto sia parte di un unicum omogeneo. Non è detto, appunto. Ma l’estremo ordine della stanza era un indizio, e le piante anche: sia quelle in soggiorno sia quelle del terrazzo attiguo crescevano costrette da una gabbia di fili di nylon a mantenere una simmetricità con un asse costituito da una bacchetta di legno. Amanda sorrise. Pensò di essere di fronte a un individuo afflitto da nevrosi ossessivo-compulsiva: una di quelle persone che sfogano le proprie frustrazioni quotidiane sublimandole in attività come il mettere ordine o il dedicare tempo alla pulizia dei pavimenti. Guardò di nuovo i libri. Dietro le vetrine apparivano a un primo sguardo perfetti. Tutti allineati lungo le rispettive costole, distavano un paio di centimetri – dal primo all’ultimo senza variazione – dal bordo della mensola. Sulla costola della brossura o della rilegatura, a seconda dei casi, si leggeva il titolo del libro e il numero che contrassegnava la rispettiva posizione nella collana. Esaurita la collana, un brevissimo spazio separava questa dalla collana d’altra casa editrice, o da una diversa collana della stessa casa. La successione di quei libri, monotona e perfetta, era l’inspirazione; l’intercalare dello spazio spingeva l’osservatore a espirare.
Eppure un tale monumento alla successione peccava per due motivi. Intanto, i libri non seguivano alcun particolare criterio nella progressione numerica. Nell’ambito della collana del rinoceronte, classici del Sette-Ottocento, al numero 2 seguiva il 27, poi il 18 e il 3. E così per le altre. Inoltre, un libro della collana del viandante (scienze naturali) era gettato per terra. Al suo posto, sullo scaffale, un cuneo di cartone di identiche dimensioni recava la scritta: ordinato presso l’editore. Attualmente in ristampa. Il libro a terra aveva una costola asimmetrica e particolarmente incavata, come si trattasse di un testo consunto dalla lettura. Era un testo di Linneo.
Tristram Shandy all’inizio. Süskind alla fine. Sì, ma alla fine di tutto. Un passo alla volta: nella collana dal risvolto blu, i classici americani, il primo libro è di Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn, l’ultimo è Sulla strada di Kerouac. Ordine cronologico? Amanda sapeva essere perseverante. Guardava per ore i quadri nei musei. In lei il puro piacere estetico si univa al gusto del rompicapo raffinato, la cui soluzione e premio era costituita dall’aver ravvisato un tratto mai esplorato in precedenza da altri. Liber la stava provocando.
Huck Finn è del 1884, Sulla strada del 1957. In mezzo, Avere e non avere di Hemingway: 1936. Subito prima, anche se contrassegnato con il numero 1 della collana, Tropico del Cancro: 1934.
I libri, divisi per collane, erano in ordine cronologico di prima pubblicazione nell’ambito di ogni collana: per questo i numeri di uscita non avevano progressione aritmetica: 1, 2, 3 ma casuale: 3, 4, 12.
L’ordine perfetto, secondo un certo criterio, aveva generato casualità totale in base a un criterio diverso e non correlato.
Liber si ripresentò per quel che era: un giovane uomo di bell’aspetto, con occhi decisi e un perfetto taglio di zigomi. Quando la chiamò, appoggiato allo stipite della porta, Amanda si chiese da quanto tempo fosse stata lì. E da quanto lui la stesse osservando. Arrossì, riemergendo da quell’atemporalità propria dei momenti di osservazione pura. La domanda che a quel punto le rivolse il suo eccentrico cavaliere fu quantomeno sconcertante: ti piacciono le polpette?
Le piacevano. Ne mangiò tre e, quand’era ormai stanca e sazia, perse il pudore fiammingo e si sdraiò lunga sul divano. Lui arrivò dopo aver lavato i piatti. Le chiese di fare un sorriso e la fotografò con una vecchia Yashica. A eccezione del vino, un Cabernet Sauvignon del 1991, il resto della cena era tutto frutto delle mani di lui. Quando si sedette, lei l’abbracciò avendo cura di appoggiare la testa sul suo cuore; lui le carezzò la testa, scompigliandole quei perfetti fili biondi che per primi in lei l’avevano colpito, lui scuro d’occhi e di capelli. La baciò, contando a voce alta le lentiggini che le costellavano il naso e gli zigomi. Ogni volta fingeva di perdere il conto e ricominciava, lei rideva strizzando gli occhi. Quando si tolsero i vestiti e lui li lanciò via a caso e fecero l’amore, lei non seppe più chi era quell’uomo.
Quella stessa notte, vagando per la casa a tentoni per avere un bicchiere d’acqua, Amanda finì per sbaglio in salotto. Il chiarore delle luci della notte giocava con la stanza, facendo brillare le vetrate. Tra la porta-finestra del terrazzo e la libreria una nicchia custodiva una porta. Amanda la fissò. Nel pomeriggio non l’aveva neppure notata. In questi casi una buona fetta della popolazione avrebbe agito come appunto fece lei: tirando in ballo il senso di educazione e lealtà, mettendoli in campo contro la spregiudicatezza e la curiosità. Esitando, certo. Ma in definitiva aprendo quella porta.
L’aprì.
Buio totale. Una stanza senza finestre, pensò cercando un interruttore. Puzza di carta stantia.

Accese la luce. Di fronte a lei, una camera grande quanto il salotto, come un suo doppio celato. Amanda s’avvicinò alle cassette di legno in cui erano inserite verticalmente delle schede. L’intera stanza – adibita ad archivio – ne era ricolma. La ragazza s’avvicinò al fondo, sostando a caso di fronte a un castello di casse. La scheda che prese in mano riportava la foto di un volatile precisandone il nome, beccofrusone, il sottogruppo, bombicillidi, la data del primo avvistamento da parte di Liber. Ne prese un’altra. Merlo d’acqua, cinclide. Quest’ultimo Liber l’aveva visto solo alla televisione: la scheda riportava data e ora del documentario. La cassetta superiore era ancora più impressionante. Una linguetta arancio, posta davanti a ogni scheda, recava la scritta insetti. Liber aveva annotato su ogni cartellino tutti gli insetti con cui era venuto a contatto, la data di eventuali punture o arrossamenti allergici. Vespa, imenottero aculeato, punture: nessuna. Mantide, superordine dei mantoidei, ordine dei blattoidei, avvistato la prima volta attorno ai diciassette anni, immobile sulla tenda del bagno di zia Rose, abitante all’epoca in via tal dei tali, numero… Una scheda descriveva insetti imbarazzanti appartenenti al superordine degli psocoidei, ordine degli anopluri, con cui Liber annotava di aver avuto un contatto da bambino: pidocchi.
Un’altra corsia della sala annoverava, tra le altre, schede in cui era riportata la successione cronologica delle automobili possedute da Liber, con la precisazione di colore, cilindrata, cavalli vapore, cavalli fiscali, tipo di trazione, finanche numero di telaio. In un’altra cassetta vi era l’indicazione delle malattie contratte: nel caso dell’influenza era riportato persino il ceppo che aveva dato vita al virus nonché l’area di provenienza. Ciò che colpiva Amanda, che straniata come un fantasma vagava per le file ordinate di quella sorta di enciclopedia personale, era che in alcuni casi il creatore di quel monumento sembrava prediligere per le singole voci l’ordine alfabetico (incontri con il mondo naturale) laddove in altri casi la successione era icasticamente cronologica (così per la serie degli immobili posseduti e la maggior parte dei beni mobili). Amanda non seppe mai quanto restò là dentro, volontariamente reclusa. Quando uscì era giorno, e Liber stava ancora dormendo; ma prima d’allora la donna ebbe il tempo di consultare un altro centinaio di schede. Al termine, le sembrò di aver letto un romanzo di formazione la cui storia era spezzettata nelle diverse tessere di un mosaico ricostruibile a piacere. Come un libro in cui sia indifferente partire da una pagina o dall’altra. Dall’inizio o dalla fine.
Tornò a letto che già si sentiva cinguettare fuori, dormì poco e si svegliò turbata.
Amanda lavorava in una serra. Quel giorno controllò che a nessuna delle piante mancasse il cartello con il nome latino e il nome volgarizzato. — I clienti compreranno più volentieri se possono sapere il nome di ciò che scelgono senza chiamare nessuno di noi —, pensò. Terminata la giornata prese l’auto, seguì la statale, uscì al primo svincolo per la città, imprecò nel traffico. Alle sette in punto vide Liber che l’aspettava in calzoncini corti, affacciato dal balconcino, le braccia ferme sulla ringhiera. Ancora una volta lui cucinò bene, fecero l’amore, lei sentì sete a metà della notte, deviando il percorso dalla cucina prima di rientrare in camera.
Primo dipinto a colpire l’immaginario: un nudo. Anno in cui fu eseguito: 1917. Autore: Amedeo Modigliani. Elementi sensibili: nudo piegato su un fianco, pelle rosa-arancio con un triangolo ocra a rappresentare il pelo pubico; testa reclinata, occhi chiusi, mani dietro la testa. Emozioni provate alla vista dell’opera: nulla di quantificabile con esattezza.
Dense di estrema precisione in quanto a misure, descrizioni, pesi, cronologia, le schede tuttavia latitavano per ciò che concerneva l’elemento emotivo, come se l’autore si vergognasse di inserire in quella catena di vicende un elemento totalmente privo di verificabilità.
Amanda capì che la cosa più difficile, in un lavoraccio come quello, doveva essere la decisione in merito al criterio di archiviazione dei materiali. Dopo aver tenuto fra le mani centinaia di schede – alcune per pochi secondi, altre per cinque minuti – fu chiaro che Liber era perseverante ma alquanto meccanico: aveva individuato l’argomento che univa più schede (ad esempio, paesi visitati, malattie contratte), dividendo gli avvenimenti in base a successione cronologica se si trattava di raccontare una storia che avesse un flusso temporale (malattie contratte) o in base al criterio alfabetico se si trattava di schede la cui consultazione ripetuta sarebbe stata utile anche in futuro (ad esempio, tutte le schede relative agli animali o alle ricette dei cibi). Certo, era una scelta. Altre (forse illimitate) sarebbero state possibili. Per esempio, una sezione in cui citare il viaggio in Indonesia indicando in ogni scheda gli animali con cui si è venuti a contatto, il tipo di mezzi di trasporto utilizzati, i libri letti sul paese, anziché spezzare gli argomenti.
Moltiplicando il numero delle schede, costante in ogni cassetta, per il numero delle cassette Amanda concluse che quel posto doveva racchiudere circa quattromila schede. Quei ritagli raccontavano una storia. Lo facevano con disperazione perché disperatamente resistevano al tempo. Ma poiché non c’è un solo modo giusto di raccontare una storia, quello era solo uno dei tanti possibili.
La luce del gruppo di lampade fissate al muro con delle viti era fioca e oscillante, sembrava di visitare una cantina o una catacomba che ospitasse piccole lapidi di carta azzurra. Su un ripiano, distante da tutte le altre schede, vi erano quaderni rilegati. Sembravano piuttosto vecchi: la prima pagina recava sempre una firma: Babel. Anch’essi elencavano fatti e osservazioni sebbene in un modo meno scientifico e più diaristico.
Amanda vide quindi una scansia che le era sfuggita. La vita di Liber, sinora incompleta agli occhi della donna, venne integrata da una cassetta in cui erano enumerate tutte le persone conosciute.
Dopotutto era ovvio che ci fosse qualcosa di simile, ma il cuore di lei aveva pregato perché la penombra della stanza occultasse ciò che in prima analisi le sembrò un orrore. Le schede riportavano una fotografia della persona, la data precisa o approssimativa della conoscenza, le caratteristiche fisiche della persona e in generale tutto ciò che fosse quantificabile. Il numero di scarpe. La coppa di reggiseno. La misura dei pantaloni. L’altezza. Ciò che non si poteva misurare doveva però risultare certo: il colore preferito. I cibi odiati.
C’erano almeno duecento persone registrate e sistemate in perfetto ordine alfabetico.
Le schede relative alle persone erano le uniche a dare l’impressione di essere costantemente aggiornate. Le foto erano state scattate all’insaputa del soggetto o senza che questi ne conoscesse il reale utilizzo, era evidente. In mezzo a tante certezze, questa era una sensazione per Amanda: ma le sembrò molto forte e precisa, e la spaventò. Poi si trovò in mano la sua stessa scheda.
Quando arrivò la camionetta rossa a sei ruote dei pompieri, una larga lingua di fuoco stava uscendo dal terrazzo della casa al secondo piano, quasi fosse il fiato d’un dragone rimasto quiescente là dentro per anni. Dall’altro lato dell’edificio i barellieri stavano sistemando sulla lettiga il corpo esanime di Liber. I pompieri intanto avevano avvolto Amanda in una coperta: tremava e aveva già respirato molto fumo. La trasportarono all’ospedale, poi la dimisero. Nulla di grave, nessuna ustione o intossicazione. Al comando di polizia disse che pensava a un cortocircuito nella stanza adibita ad archivio: l’aveva lasciata aperta per arieggiare un po’ l’ambiente stagno. — Vuole bene a Liber? —, chiese il commissario e poi si corresse, imbarazzato: — Voglio dire, ha una relazione con lui? —. Domande da manuale degli interrogatori, è chiaro. — Lo conosco appena —, disse lei. — Sembra che si salverà. Il suo ragazzo ha una gran pellaccia —, si era sentita rispondere.
Era accaduto che – la scheda tra le mani – Amanda aveva cominciato a piangere a dirotto. Liber l’aveva fotografata quando lei era sul divano. Il cartellino elencava tutti i numeri che le erano propri, dalle scarpe agli anni alla circonferenza del collo. Precisava che un’altra donna, per giunta omonima: si vedesse relativa scheda, aveva la medesima misura. Seno, fianchi. Amanda si sentì nuda e fragile, ridotta a un cumulo di rilevazioni (peraltro estremamente attendibili). Quell’uomo doveva avere un occhio allenato e con ogni probabilità aveva completato il lavoro misurandola quando lei stava dormendo. Il cartoncino riportava anche dati stravaganti. La distanza tra spalla e gomito. La distanza tra gomito e polso. La circonferenza dell’areola del seno. Quella della rotula. Non capiva fin dove arrivasse la morbosità di quell’elenco e fin dove, invece, l’asetticità più totale. La risposta era nelle schede: lei era un insetto come un altro, pedina ignara di un gioco dalle regole oscure.
Poiché le cavie talvolta si ribellano, lo fece. Quella stanza era un libro elefantiaco, suscettibile di accrescimenti quotidiani. Cercò nella sua borsetta, appesa nel ripostiglio, un accendino. Nemico di tutti i libri è il rogo. Regolato sulla fiamma alta, quell’oggetto che costava pochi soldi distrusse in venti minuti un lavoro che sembrava coprire una vita. Prima venne la scheda di Amanda, bruciata ritualmente come Lutero fece con la bolla papale, poi tutte le altre. Dopo fu il turno delle lampade, del sistema elettrico, degli stipiti della porta di legno lasciata aperta. Le tende. Persino il tavolo all’esterno.
Quando Liber si svegliò, Amanda era seduta in terrazzo. Stava inalando la brezza mista ad anidride carbonica. Cercò di portarla via di lì e rimase colpito dal suo sguardo inespressivo: era come ipnotizzata dal protendersi di quelle fiamme, vive come demoni. Poi si accorse di quel che stava guardando la donna. Urlò, entrò nell’archivio, si ustionò. Non sapeva che fare, sarebbe morto piuttosto che mettersi in salvo. Tornò fuori. Amanda era lì: i suoi occhi erano fermi. Non un tremito di palpebre, uno scatto. Liber non li resse. Non resse quello scempio, il senso di un’esistenza che se ne va via come un treno, lasciando una scia di fumo per chi guarda. Corse per le stanze della casa, già pazzo. Gettò bottiglie, pentole, coperte contro quel fuoco.
In breve seppe d’aver perso e così si gettò dalla finestra, intenzionato a perdere una vita che per lui pareva non avere più valore.
Amanda non si spiegò mai perché non aveva cercato di mettersi in salvo. Forse nel suo impeto aveva pur sempre conservato la razionalità: fuggire via da una casa in fiamme, con il proprietario che dorme, non è mettersi in una gran posizione.
Con lentezza andò in cucina e compose il numero dei vigili del fuoco, al buio. Poi mise giù la cornetta e guardò le fiamme. Tutto quel fumo già le urticava i polmoni.
Tempo dopo, Amanda andò a denunciare un tentativo di furto nel suo appartamento. Aveva visto perfettamente il volto del ladro, fermatosi per un attimo nel sottoscala prima di fuggire dal retro della casa. Voleva darne una descrizione.
La primavera quell’anno arrivò in anticipo. Il sole toccava i corpi con grazia, rendendo luminosi i volti senza scottare sulla pelle. C’era un soffio di vento che andava e veniva. Un cielo senza nuvole. Una giornata perfetta.
Liber trascinava i piedi sul marciapiede, la testa piegata a studiarsi gli abiti logori. Aveva forse perso la memoria e vagava per la città vivendo da senzatetto. Non era più tornato a casa sua, nessuno lo aveva cercato. Non aveva più lavorato dalla morte di Babel, non c’era bisogno. L’unico suo impegno l’aveva ereditato dal vecchio: approfondire e migliorare la sua ricerca. Quando, una sera a casa, aveva letto i quaderni e i diari avuti in legato s’era reso conto della ricchezza di quel metodo e – contemporaneamente – della povertà degli strumenti adoperati. Considerava Babel un autodidatta ignorante, un rozzo illuminato. Lui no: all’epoca era il direttore di una biblioteca piuttosto fornita, le sue conoscenze classificatorie l’avrebbero portato più lontano. Pregustò la possibilità di divenire saggio: una strada più ardua di quel che sembra, in fondo alla quale, nascosta bene dietro una curva, c’è spesso la follia.
E viceversa.

Liber seguiva il margine del marciapiede e ogni tanto cadeva giù. Non vide Amanda che, dalla parte opposta della strada, camminando sicura sull’altro marciapiede, continuava a ripetere a filo di labbra le parole che aveva detto all’agente di polizia: un metro e settanta d’altezza, proveniente dal Messico o dal Guatemala per via di quello zigomo tagliato così… occhi nespola, cisposi come per una congiuntivite… muscoloso, sì, muscoloso e ben proporzionato, naso aquilino, camicia a righe blu pallido su bianco, pantaloni a quattro tasche. Scarpe da ginnastica di una sottomarca, nere e beige. Leggermente scoliotico.
Pensava a quelle parole lentamente, come per trattenerle di più e succhiarle come una caramella al limone. Neppure lei vide Liber.
La polizia fece un identikit del ladro: era fedele come una fotografia. Lo catturarono in due giorni. Confessò altri furti in appartamento: al commissario restò sempre il sospetto che quella cittadina così diligente, una rarità in una città distratta, fosse null’altro che un’amante respinta.

[continua in “Tanti modi di fuggire da una città” di Stefano Casacca, Gorilla Sapiens Edizioni, 2012]

TM

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