Blogorilla Sapiens – Il blog di Gorilla Sapiens Edizioni

Gorilla Sapiens Edizioni è una piccola casa editrice indipendente di Roma (sito ufficiale: www.gorillasapiensedizioni.com). Questo blog raccoglie racconti, articoli, rubriche degli autori Gorilla Sapiens.

… da Gorilla Sapiens Edizioni: “Repliche” di Marco Parlato

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Quando ci trasferimmo nell’appartamento attuale, avevo sei anni. Riesco a mettere insieme brevi squarci di memoria. Il più chiaro vede me e mia madre all’entrata, il giorno prima del trasloco.
Mi guardò soddisfatta e domandò: — Ti piace? —, alla ricerca di una facile conferma.
Rimasi con gli occhi infranti contro le mura spoglie e imbiancate. Era difficile trovare un senso alla domanda, figuriamoci rispondere. Con la più schietta semplicità infantile avevo caricato e fatto fuoco:
— È vuota.
Spesso a un bambino viene attribuito con leggerezza l’appellativo di genio. Certi editori ingrossano i cataloghi con saggi pseudoscientifici sui bambini indaco e arcobaleno, che spopolano tra la gente ossessionata da questa presunta superiorità mentale. I bambini hanno un piano di valori diverso, distante dagli adulti. Tutto qua. A me piaceva da morire la casa di fronte: un rudere soffocato dall’erbaccia. Le imposte usurate e legnose si incastravano nel tufo dei balconi. Ma ciò che mi affascinava di più era la possibilità di osservare parte dell’interno, grazie al soffitto crollato insieme a un muro perimetrale. Era una casa giocattolo gigante e soprattutto vera, tanto vicina quanto impenetrabile per ragioni di sicurezza edilizia e genitoriale. Si diceva fosse il rifugio di un drogato, che all’epoca immaginavo vagamente come una specie di zombie pallido con gli occhi violacei, armato di siringa.
Non mi avvicinai mai al rudere, più per rispetto del diktat che per timore di una entità alla quale non riuscivo a dare forma concreta. Avrei avuto più paura dei topi. Grossi ratti che mi spaventavano e allo stesso tempo incuriosivano. Il primo sentimento era fomentato da un adattamento animato del racconto di Hoffman, Lo schiaccianoci e il re dei topi, al quale Tchaikovsky si ispirò per il balletto. Infatti il cartone, regalatomi in videocassetta per Natale, si avvaleva delle musiche del compositore russo. Il re dei topi, avido e crudele, era disegnato con tratti grossolani che lo rendevano abbastanza spaventoso per un bambino di sei anni. Era ai primi posti della classifica dei villain della mia infanzia.
Tuttavia lo strano rapporto di odio e amore che si instaura con il nemico mi portò a dispiacermi, in parte, quando un giorno, alla fine di una stradina che da casa portava in centro, trovai un topo steso al suolo. La vittima investita ricordava molto il protagonista del cartone animato.
Se da un lato c’era la paura ancestrale per i portatori di malattie, dall’altra una curiosità inspiegata si faceva largo prepotente. C’era un che di magico in quelle creaturine notturne, invisibili alla luce del sole e sotterranee. Al lavoro o a caccia di cibo, mentre il mondo reale dormiva ignaro della loro esistenza.
Accostando la parola sorcio, o anche sorce, usato nelle zone dell’Italia centrale, all’inglese sorcerer, stregone, viene da credere a un’etimologia comune, prova inconfutabile dell’aura fatata dei topi. Purtroppo se gli inglesi si rifecero alla radice latina di destino, sorte per l’appunto, la nostra deriva dal greco syrízen che definiva un suono sibilante, come il fischio dei roditori. A me piace credere in un errore dei linguisti e nella comunanza tra i due termini, che porta all’idea del Magic Rat, metaforico protagonista di una canzone di Springsteen.

[…]

Sono a letto. Ho cenato velocemente, scambiando due parole con mio padre. Aveva un’espressione stanca, non dovuta
alla giornata faticosa. Non ho approfondito.
La stanza è vuota senza Serena. A quest’ora sarà mattino in Australia e lei starà lavorando. L’ultima mail che ho ricevuto risale a un mese fa. Con la risposta occupai l’intera schermata del portatile. Mi piacerebbe parlarle adesso.
Accendo la tv e riscontro per l’ennesima volta il cambiamento che affligge questo mezzo criticato con pregiudizio e acceso di nascosto, anche da chi gode nel disprezzarlo per poi mentire con: — Per caso, ieri ho visto…
Poco più di dieci anni fa, impugnavo il telecomando alla ricerca di film e la caccia aveva buon esito. La seconda serata, che iniziava nell’orario in cui oggi la prima è nel vivo dell’azione, regalava agli spettatori una grande quantità di pellicole, che adesso sono blockbuster da noleggio, destinati a finire tra la polvere, all’ombra delle uscite più gettonate in blu-ray. Occupavano gli spazi non ancora usurpati da sofferenti talk-show politici e trasmissioni sul sesso, dove Camila Raznovich per relazione pericolosa intende la convivenza con una campionessa di boxe. C’erano notti in cui il filmofago era costretto a dividersi in uno zapping convulso, avido di un’asincronia pubblicitaria che permetteva di seguire un film senza perdere molto dell’altro. Spot che da delizia diventavano una croce per l’insonne spettatore, costretto ad attendere più del previsto per la fine della storia. Era una lotta tra preda e cacciatore, il cui epilogo coincideva con i titoli di coda, bruscamente interrotti dallo spegnimento e ancora vivi nella spia rossa posta sotto lo schermo.  Il tempo necessario a catalogare la sterilità dei programmi è breve e intenso. I canali del digitale terrestre oscurati, a causa del segnale debole, impediscono anche di seguire le televendite di prodotti unici; come l’appoggio portatile a tre ventose, utilizzabile in doccia o per raggiungere alti scaffali, lo spruzza capelli istantaneo e l’ennesima replica dello chef Tony che fa sfoggio della sua capacità di taglio,
mai di cucina.
Ho abbassato il volume. Il mormorio è simile allo sguardo cinico di una donna che non mi ama più, presa da un altro,
fredda, cattiva. Cerco riparo nello zapping passivo, senza speranza. Tradito e abbandonato guardo la mia amante flirtare
civettuola con i tuttologi avidi di gettoni di presenza, i canali di poker dove il gioco viene insegnato da chiunque tranne che da giocatori professionisti e le frequenze oscurate. Poi l’illuminazione. Sull’ennesimo canale 1001 appare una ragazza. Viso pulito, acconciatura da francesina, un abito stretto, di taglio orientale che si apre a spacco su scarpacce nere: sono già innamorato. È Marzia di Non è la rai, rianimata da una replica notturna su Mediaset Extra e con tutti i capelli al loro posto. Sta cantando Light my fire in playback – la voce è di Loredana Maiuri. Potrebbe fingere di cantare anche i Negramaro, rimarrei a guardare premendo il tasto muto. Lo faccio. La tv sta comunicando sotto le sembianze di Marzia Aquilani. Mi sta dicendo che non può più parlarmi come una volta, l’unica possibilità è seguirla in playback, con il ricordo di ciò che era e i format attuali, trasmessi sopra un labiale d’altri tempi: e infatti il mio Mivar 14 pollici conduce una vita da elettrodomestico
all’oscuro degli LCD, dei cristalli liquidi che se non stai perpendicolare non vedi bene, dei nuovi apparecchi 3D con occhiali in dotazione per vedere un’espulsione di Totti in pieno salotto, sudore escluso per fortuna. Mi abbandono al sonno osservando la bocca di Marzia in un nuovo pezzo.

When you hold me in your loving arms, I can feel you giving all your charms…
Spalanco gli occhi nel buio. Il Mivar è di nuovo nero, privo di frequenza. Lo spengo. Ho lasciato a Roma le pillole, senza prenderle neanche stamattina. I battiti aumentano, spero sia una suggestione dovuta al pensiero di possibili sfoghi notturni. Il pulsare diminuisce e il sonno arriva insieme alla certezza di una tappa obbligatoria in farmacia l’indomani.

[tratto da “Tiroide” di Marco Parlato, Gorilla Sapiens Edizioni, febbraio 2014]

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This entry was posted on August 1, 2015 by in GORILLA SAPIENS EDIZIONI and tagged , , .
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