Blogorilla Sapiens – Il blog di Gorilla Sapiens Edizioni

Gorilla Sapiens Edizioni è una piccola casa editrice indipendente di Roma (sito ufficiale: www.gorillasapiensedizioni.com). Questo blog raccoglie racconti, articoli, rubriche degli autori Gorilla Sapiens.

… da Gorilla Sapiens Edizioni: “Il più gran tanguero della Pampa” di Francesco Scarrone

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Diego Alvaro de Marenquio Manasero y Gregorio era il più gran tanguero dell’intera Pampa. Non che ci volesse chissà che; all’epoca a cui ci riferiamo nella Pampa abitavano dodici persone, e di queste solo tre sapevano suonare uno strumento musicale. Tutte e tre l’ocarina.
Bisogna però dire, per completezza di cronaca e soggettiva obiettività, che Diego Alvaro de Marenquio Manasero y Gregorio sarebbe stato il più gran tanguero della Pampa anche se di abitanti ce ne fossero stati tredici o quattordici. A meno che questi ultimi arrivati ovviamente non sapessero suonare un qualche strumento. Ma anche così, ciò che li avrebbe comunque fregati sarebbe stato lo scoprire, con una nota di stupore, che il tango è qualcosa di più della semplice musica del tango.
Il tango è un modo di vivere, ma ancor più è un modo di morire. Il tango è un modo di morire tragicamente, o di vivere, soffrendo terribilmente.
E dato che a morire tragicamente Diego Alvaro non era ancora riuscito, decise che avrebbe vissuto soffrendo, terribilmente.
Il che è difficilissimo quando si ha un carattere come il suo portato all’irrimediabile ottimismo. Gli rubavano le mucche? — Beh —, diceva Diego Alvaro, — va già bene che mi hanno lasciato le pecore —. Gli rubavano le pecore? — Beh —, ripeteva Diego Alvaro, — ho ancora il mio cavallo! — Poi il cavallo gli moriva stroncato da un febbrone da cavallo: — Ho sempre i miei pesos risparmiati nella banca della Pampa! — si consolava Diego Alvaro. La banca veniva rapinata? A lui rimaneva sempre il verde dell’erba alta, e il blu che amava del cielo quando alto splende il sole. E pure quando qualcuno, ogni giorno, gli portava via il sole, lui si metteva lì, e amava la notte: suonava tango d’ocarina al silenzio delle stelle.
— Ma non è così che potrai diventare un grande tanguero —, gli disse un giorno un chitarrista che arrivava da Buenos Aires. — Un tanguero deve portare un’ombra sul volto, un cerotto sul cuore, e una pallina sempre in tasca —. Detto ciò, cadde morto con la faccia nel piatto di stufato di muflone patagueño e Diego Alvaro de Marenquio Manasero y Gregorio restò interdetto. Si domandava cosa mai se ne facesse un tanguero di una pallina in tasca.
Certo che se avesse ancora potuto parlare, quel chitarrista di Buenos Aires gli avrebbe spiegato. Che affinché un uomo possa essere triste deve avere sempre qualcosa con sé che gli ricordi la felicità. Non può esistere tristezza senza aver conosciuto la felicità. Per questo lui portava in tasca una pallina. Perché per lui la felicità era quella pallina.
Solo che questo non fece in tempo a dirglielo, il chitarrista di Buenos Aires, che si schiantò morto con la testa dentro il piatto di stufato di muflone patagueño. Il che servì, tra l’altro, ad aumentare l’alone di mistero attorno alla ricetta che da quel giorno fu guardata con crescente sospetto.

Il tango è un modo di morire tragicamente

Se davvero così è, allora quel chitarrista era davvero un gran tanguero.
Il funerale fu un grande evento per la regione. Il sindaco della Pampa arrivò a dorso di mulo con la fascia a tracolla. Non era ancora sceso dalla bestia che già il becchino gli aveva preso le misure con occhio professionale. Camillo il postino della Pampa, Manuelito il gaucho gaudente ed Evelina, la cosa che più si avvicinava a una donna in quella landa dura e aspra, completavano le esequie. Camillo aveva studiato tre anni in seminario, quindi spettò a lui pronunciare l’orazione. Salmodiò qualcosa sul fatto che dopotutto non lo conoscevano, gli ammollò lì un padre nostro con delle parole un po’ inventate, e agitò nell’aria il segno della croce. Forse non sarebbe bastato per mandare la sua anima dritta in paradiso, ma almeno c’erano due pietre dove qualcuno avrebbe potuto piangerlo.
A quel punto Diego Alvaro invitò tutti a cena a casa sua: era avanzata ancora una casseruola di muflone patagueño. Un attimo dopo era rimasto solo. Guardò la tomba scavata di fresco e pensò: — È dura, la vita del tanguero nella Pampa —, tirò fuori di tasca l’ocarina, e si mise a suonare un tango alle stelle.
Lontano, un coyote ululò alla luna che sorse improvvisa e rapida, come fa la luna nella Pampa quando un tanguero suona un tango alle stelle.

Lamento del tanguero triste
alla luna della Pampa

Cielo argentino che d’argentine stelle rivesti la notte. In quale tasca hai riposto l’anello di Venere o il sospiro di Cassiopea la dolce? Le tue dita di baro hanno estratto da una manica artefatta una mano di stelle che inganna i sognatori oziosi. E gli occhi, che son sempre di donna, perché in essi è più facile il tradire, l’amare, o il lasciarsi d’amore morire; gli occhi, che son sempre di donna, e credono a ogni tuo trucco, galante e ingannevole, han ceduto alle lusinghe di quegli astri che vibrano in promessa terre sconfinate e sfrontate praterie senza frontiere. Un uomo, finalmente – si diceva – calpesterà una terra libera. Un uomo
— E falla finita! —, giunse una voce da una casa sperduta chissà dove nella prateria.
Diego Alvaro si zittì. Ma dentro di sé si agitava un tango come mai ne aveva sentiti prima.
Il mattino dopo Diego Alvaro de Marenquio Manasero y Gregorio ricevette una visita ufficiale. Si trattava del sindaco della Pampa, che arrivava a dorso di mulo per risolvere le questioni burocratiche che la morte del chitarrista di Buenos Aires aveva portato con sé.
— Che questioni burocratiche? — domandò Diego Alvaro, sempre un po’ restio a incontrar le autorità. Si trattava, gli spiegò il signor sindaco, di sistemare le faccende ereditarie. Nella Pampa, un uomo che muore ha diritto a essere seppellito coi suoi stivali, col suo coltello e con la sua ocarina.
— Per il coltello, niente da fare —, gli annunciò il sindaco. — Quello se l’è già preso Manuelito; gli stivali spettano a me perché sono il sindaco. Tu puoi tenerti l’ocarina.
— Veramente lui aveva questa —, disse Diego Alvaro tirando fuori una chitarra.
— Per le mammelle di una vacca senza coda! È la più grossa ocarina che io abbia mai visto! — esclamò il sindaco. — Ma quello che è detto, è detto. Te la puoi tenere tu.
— Ah! — aggiunse poi prima di uscire di casa con gli stivali sottobraccio. — Abbiamo trovato questa, nelle tasche del morto —, e così dicendo lanciò nell’aria una pallina che Diego Alvaro afferrò al volo.
Il sindaco si allontanò al galoppo verso il cielo della Pampa che si tingeva di un rosso tramonto, come fa il cielo della Pampa quando qualcuno si allontana al galoppo verso di lui. Diego Alvaro fissò quella sfera minuscola, liscia, apparentemente inutile.
Non sapeva di avere tra le mani la felicità di un uomo.

[continua in “Di lama e d’ocarina” di Francesco Scarrone, Gorilla Sapiens Edizioni 2012]

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This entry was posted on July 31, 2015 by in GORILLA SAPIENS EDIZIONI and tagged , , .
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