Blogorilla Sapiens – Il blog di Gorilla Sapiens Edizioni

Gorilla Sapiens Edizioni è una piccola casa editrice indipendente di Roma (sito ufficiale: www.gorillasapiensedizioni.com). Questo blog raccoglie racconti, articoli, rubriche degli autori Gorilla Sapiens.

Crudismi: “Appunti biennali di un bifolco”

Visto che c’ero l’altro giorno sono andato alla Biennale. Come un serial killer ho spuntato sulla mappa i padiglioni visitati, per evitare che, una volta fuori, qualcuno mi chiedesse: hai visto quel padiglione così e così? E io: no, non l’ho visto. E lui o lei: peccato era il più bello.

Il padiglione spagnolo è una sorta di retrospettiva su Salvador Dalì con interviste e video in cui l’artista fa il mona in una piazza imbrattando cose e persone con secchi di vernice e spalancando gli occhi come un profeta biblico. In un articolo conservato in una teca di vetro, leggo che Dalì stava con Amanda Lear. Mi stupisco ma ho la sensazione di sorprendermi sempre di una relazione che semplicemente continuo a dimenticare, perché, nonostante l’assonanza, faccio fatica ad associare Salvador Dalì ad Amanda Lear.

Del padiglione del Belgio non ricordo niente. A meno che non fosse quello in cui c’era un apparecchio robotico che prendeva dei mattoncini di legno da una scaffalatura e li riponeva ordinatamente su un tavolo in vetro producendo esattamente il rumore che ti aspetteresti da un autentico apparecchio robotico. Non mi sembra di ricordare nient’altro, e ovviamente non sono nemmeno sicuro che il robot fosse nel padiglione del Belgio. Forse c’erano solo delle foto etnografiche nel padiglione del Belgio. Chissà.

Nel padiglione olandese, sul pavimento, disposti in grossi quadrati, ci sono quintali di cereali, frutti o bacche, non si capisce bene. È tutto molto agreste e ordinato, composizioni di semi e foraggio, quadretti dipinti direttamente sul muro che mi ricordano Van Gogh: stessi colori fiamminghi, penso compiaciuto, uscendo sbadigliando.

Nel padiglione cosiddetto Centrale, quello che ospita artisti da tutto il mondo, l’impressione è che ci sia troppa politica. Lo 11749282_10153583675314739_802094784_nso, un’arte civile e impegnata al giorno d’oggi è importante ma questo tipo di impegno, nell’arte, mi insospettisce sempre; soprattutto se è troppo simile al giornalismo che, a questo punto, preferisco.
L’unica cosa che mi colpisce in questo padiglione sono alcuni quadri di un giapponese di cui mi sono segnato il nome ma che adesso non ricordo. Una sorta di Edward Hopper cyber punk che in un quadro raffigura uno in pijama che si è appena svegliato su un camion, e che, con cuscino e lenzuola, sta per essere scaricato a terra come fosse un mucchio di calcinacci.

Nel padiglione francese hanno allestito dei cortili con gradini in gomma piuma che sembra cemento. Mi siedo e ascolto una sonorizzazione industrial-apocalittica osservando dei pini piantati in grosse zolle d’argilla rossa che fluttuano lentamente a mezz’aria. All’inizio non mi accorgo neanche che si muovono, il rumore è fastidioso, la gomma piuma è calda, mi sembra poco igienica e soprattutto, a me, gli alberi, sembrano fermi. Quando, dopo aver letto la descrizione dell’opera, capisco che si muovono, mi siedo di nuovo sui gradini di gomma piuma e finalmente osservo gli alberi fluttuare. Si potevano impegnare di più, penso, ma l’idea è quasi simpatica.

Il padiglione israeliano mi lascia una sensazione spiacevole, e quindi immagino gli artisti abbiano centrato il loro obiettivo. Anche in questo caso, però, almeno per me, troppa politica. Del resto, nel dettaglio, non ricordo quasi niente e magari di politica non ce n’era nemmeno troppa. Ricordo solo che la scritta Israele era fatta con la bomboletta spray, sul muro, come se il padiglione fosse un garage.

Il padiglione del Canada è decisamente simpatico. Hanno ricostruito un caratteristico spaccio di generi alimentari. Tutto importato, originale, stereotipale, dal Canada; mi dice il guardia-padiglione. Le etichette dei prodotti esposti sugli scaffali sono sfuocate come se lo spaccio canadese girasse vorticosamente su se stesso. Esco sorridendo, pensando: mi è piaciuto.

Il padiglione della Germania è noioso. Forse c’è una specie di costruzione spartana in cui se uno vuole può inserire una sua moneta che poi rotola su un binario in alluminio che si snoda a labirinto per pochi metri. Un addetto raccoglie le monete e le inserisce in un doppio vetro che funge da parete del padiglione in prossimità delle scale. Può darsi che questa roba non fosse nemmeno nel padiglione delle Germania ma una cosa è certa: il padiglione della Germania, me lo sono segnato, era altrettanto noioso.

Nel padiglione degli Stati Uniti ci sono video con temi ricorrenti quali infanzia e natura. Diversi bambini etnicamente assortiti sono ripresi davanti a uno schermo su cui vengono proiettate immagini di boschi, cavalli e altri animali della fattoria. Ogni tanto compaiono dei personaggi misteriosi con maschere di cartapesta. I bambini sovrapposti che accarezzano i cavalli proiettati sullo schermo mi fanno un certo che ma nel complesso, credo per via delle maschere di cartapesta e soprattutto per via dell’atmosfera assurdo-insulsa, mi ricordano certe puntate dei Simpson in cui viene ridicolizzata l’arte concettuale che predilige appunto assurdità insulse. Ho letto da qualche parte che questo padiglione è piaciuto ad Achille Bonito Oliva ma a me, ahimè, ha fatto cagare lo stesso.

Il padiglione del Giappone ha il soffitto ricoperto da una fittissima trama di fili rossi tipo ragnatela, a cui sono appese chiavi provenienti da tutto il mondo e da molteplici epoche della storia dell’uomo e delle chiavi. In mezzo alla ragnatela ci sono due barche in legno mezzo scassate. Leggo “le intenzioni dell’artista”, anche se mi interessano poco perché qua siamo un gradino sopra la simpatia, penso. Trovo sia molto bello, punto.

Il padiglione inglese riporta le mie ignoranti impressioni sotto la soglia del bello ma, per fortuna, in zona spiccata simpatia.
L’artista fa delle sculture con un materiale sintetico, giallo-tuorlo d’uovo. La prima, all’entrata, mi sembra riproduca una sorta di enorme fallo sbilenco con palle mosce e zampe; dopo tutto quello che ho visto, almeno per me, questa è una ventata d’aria fresca. La maggior parte delle sculture – a parte quelle in materiale vinilico nero che ricordano certe simpatiche mostruosità di Cronenberg – la maggior parte delle sculture sono calchi in gesso di arti inferiori, culi e vagine in cui l’artista ha simpaticamente infilato delle camel light. Sarò tera tera, sarà che la maggior parte delle cose precedenti erano piuttosto asettiche fredde e seriose – a parte quelle segnalate – ma per me, fino a questo punto, il padiglione inglese è il migliore. Prendo addirittura il depliant esplicativo e, sfogliandolo, ho il piacere di scoprire che l’artista ha in effetti una faccia molto simpatica.

Nel padiglione coreano proiettano una specie di cortometraggio futurista alla 2001 Odissea nello spazio. La protagonista piega linee virtuali su una sorta di touch screen virtuale; corre su un tapis-roulant che simula una corsa in un bosco e ogni tanto è inquadrata mentre dorme e si sveglia. L’aria condizionata del padiglione è perfetta e passo dieci minuti seduto su una moquette molto comoda. Tutto sommato questi artisti mi sembrano onesti: sembra si siano astenuti dal prendersi o prendermi per il culo e questo mi par degno di lode. Simpatica anche la Corea.

Il padiglione della Norvegia esibisce delle enormi vetrate infrante. Mi fanno un certo che, quasi le avessi rotte io per sbaglio. Simpatico anche questo, a suo modo, penso.

La Russia, in extremis, quando già disperavo, si salva con un’enorme testa di pilota di caccia bombardiere con casco e respiratore. Gli occhi del pilota si muovono, e sembra sul serio ci sia un’enorme testa viva imprigionata dentro un casco da pilota con respiratore.

Un altro padiglione si chiama Eden, forse è danese. Dentro c’è una serra di fiori finti illuminati elettronicamente, è buio ed è difficile trovare la strada: francamente avrei fatto volentieri a meno di questa serra del cazzo, penso uscendo.

Tutto sommato, sarò anche un campanilista mezzo sangue, ma uno dei padiglioni più simpatici, dopo quelli citati, rimane quello australiano. A parte che i ragazzi che lo gestivano-custodivano non erano accasciati sulle sedie con un’espressione di comprensibile tedio dipinta sul volto, ma, sorridenti, si offrivano di accompagnare i visitatori in un tour esplicativo e davano al padiglione tutto, nonostante fosse nero e un po’ buio, un clima decisamente allegro – a parte questo, le opere esposte mi sono piaciute molto. Orologi a pendolo e a cucù decorati in maniera ironica e inquietante, con scritte suggestive e, almeno per me, significative; sculture misteriose fatte con altrettanti misteriosi materiali che sembrano fare il verso a correnti che non so nominare, distanziandosene attraverso qualcosa che mi pare insolito e originale.

Infine, sono tanti, ma una volta l’anno, se capita, venticinque euro si possono anche spendere per vedere i padiglioni dei Giardini (quelli dell’Arsenale non li ho ancora visti). È “un gioco che si fa” direbbe Paolo Conte. A volerli visitare tutti, senza stress, ma anche, nel mio caso, senza fingere di intendersene, soffermandosi troppo a lungo su cose a cui, spesso, secondo me, si concede troppo generosamente il beneficio del dubbio, ci vogliono circa quattro ore. Alcuni padiglioni sono troppo caldi, alcuni puzzolenti, alcuni luminosi e piacevoli, altri decisamente simpatici; pochi, almeno per me, belli.
Naturalmente ho omesso i padiglioni che in questo momento non ricordo, che potrebbero nel corso della giornata venirmi in mente ma che mi asterrò dall’integrare in questi appunti bifolchi in cui ho già sproloquiato abbastanza di cose che non conosco.

* “Crudismi” è una rubrica di Davide Predosin.

-blu -

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